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Francesco Leonetti - "Sopra una perduta estate. Poesie scelte (1942-2001)"

[a cura di Aldo Nove, No Reply, Milano 2008]

Sopra una perduta estate è il titolo della scarna plaquette (appena dodici componimenti) stampata nel 1942 dall’allora poco più che diciottenne Francesco Leonetti (1924) presso la libreria antiquaria Landi di Bologna, che tra l’altro ebbe il merito e l’intuizione di pubblicare, nello stesso anno, gli esordi lirici di Roberto Roversi (Poesie) e di Pier Paolo Pasolini (Poesie a Casarsa) sodali del futuro gruppo di «Officina». Oggi il volume viene ristampato dalla casa editrice No Reply e il curatore, Aldo Nove, accompagna all’esiguo corpus lirico una serie di documenti e di contributi, quasi a voler suggerire le coordinate contestuali entro cui leggere la raccolta.

Ed è questo che lascia intendere, ad esempio, la presenza nel libro della lettera inviata da Pasolini a Leonetti per discutere assieme, già nel 1941, del valore raggiunto da questi componimenti, allora in fieri e non ancora destinati alla pubblicazione. Ma, a margine, viene opportunamente inserito anche un altro testo pasoliniano, Il bolognese Leonetti (1953) ampia recensione dedicata alle sue opere giovanili poi confluita in Passione e ideologia (1960). Inoltre, viene proposto un cospicuo numero di interventi, in parte già apparsi in altra sede (mi riferisco a quelli di Clelia Martignoni, Renato Barilli, Guido Guglielmi, Maria Corti, Romano Luperini), in parte inediti ed elaborati da giovani critici (Gian Paolo Renello, Andrea Cortellessa, Gilda Policastro).

Ma soprattutto, ai versi segue una scelta di poesie appartenenti alla successiva produzione (dai poco conosciuti Poemi, editi presso la libreria Palmaverde nel 1952, sino a La freccia, raccolta del 2001) restituita però in modo certo non impeccabile, con alcuni testi inspiegabilmente mutili, o diversi nel titolo, o privi di datazione. Ora, al di là di questi aspetti, a dire il vero affatto secondari, il felice ritrovamento è comunque l’occasione per intraprendere un confronto dialogico più ampio con Leonetti, da troppo tempo scomparso dall’orizzonte interpretativo e su cui permane un incomprensibile ostracismo.

Si tratta di un pretesto senz’altro virtuoso, anche perché Sopra una perduta estate non può non essere catalogata tra le puerili dell’autore e suscitare, al di là del valore documentario, un interesse tutt’al più storico-biografico. Se da un lato, infatti, si rivela assai curioso il ductus classicheggiante di questi versi adolescenziali, così dissimili dalla vibrante petrosità stilistica che connota La cantica (1959), dall’altro gli esercizi retorici qui proposti, sorta di parnaso minimo intriso di malinconica e limpida inquietudine, non pervengono certo ad esiti ragguardevoli. Non a caso, il motivo principale del libro restano i contributi saggistici inediti.

A tal proposito, merita attenzione l’analisi della Voce del corvo (2001) compiuta da Cortellessa, acuto nello scandagliare le modalità mitobiografiche esperite da Leonetti nel racconto della propria esperienza bellica; ma puntuali sono pure le note elaborate da Gilda Policastro, che a partire da Leopardi, saggio officinesco del 1955, mira a ricostruire un convincente ed esaustivo quadro di allusioni e di suggestioni presenti, soprattutto, nel corpus narrativo e poetico edito tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, da Fumo, fuoco e dispetto (1956) fino a Conoscenza per errore (1961).

In ultimo, dunque, dalla ristampa di Sopra una perduta estate sembra trapelare una mutata predisposizione critica verso Leonetti, da sempre disponibile, come suggerito da Renello, «al confronto con gli eventi, con le cose e con la storia», ed è anche per questo motivo che la sua scomparsa dai meccanismi di selezione della memoria collettiva appare oramai poco tollerabile. L’auspicio, insomma, è che il volume possa farsi portavoce di questo invito, ad oggi (purtroppo) inascoltato.

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  «A fine 1984, dopo che una ventina di editori americani lo avevano rifiutato, Il sistema periodico esce in America: editore Schocken Books, traduzione di Raymond Rosenthal (onore al merito, ricordiamo questi nomi). Sulla jacket, sulla sovraccoperta del libro (la parola inglese è più bella) erano stampati tre brevi giudizi elogiativi: si mettono sempre, per fare pubblicità con un nome famoso che il pubblico americano già conosca e apprezzi. Tutti e tre quei giudizi erano di scrittori italiani: Italo Calvino, Umberto Eco, Natalia Ginzburg. Sarebbero bastati? si sarà chiesto l’editore. Sono stati loro a innescare la fortuna di Levi negli USA? ci possiamo domandare noi, oggi 2017. La risposta la sappiamo: non fu merito loro. Fu che, per un caso fortuito (uno di quei casi che ti possono salvare la vita, come prendersi la scarlattina in Auschwitz proprio quando i nazisti hanno deciso di evacuare il campo trascinando tutti i prigionieri sani in una marcia durante la quale i quattro quinti di loro moriranno, stremati o fucilati), Saul Bellow, americano di origine ebraica, Nobel per la letteratura nel 1976, notorio cattivo carattere, lesse in bozze The Periodic Table e dettò non più di cinque-sei righe di praise che cominciarono a circolare, si direbbe oggi, in modo virale (a circolare per giornali, agenzie stampa, mezzi di comunicazione: da notare che quelle cinque-sei righe non sono stampate sulla jacket del libro), e bastarono a creare un caso editoriale, un pubblico di lettori, una fortuna critica».

Domenico Scarpa

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