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Francesco Targhetta, Le vite potenziali

[ Mondadori, Milano 2018 ]

Il tempo de Le vite potenziali va dal passato prossimo al presente: il futuro è a brevissimo termine, il remoto non esiste. Il romanzo tematizza le esistenze parallele di tre giovani trevigiani, impiegati a vario titolo in un’azienda informatica di Marghera (ma potrebbero essere bergamaschi a Monza, astigiani a Torino: non è letteratura regionale). La sede operativa della factory è il Vega, incubatore di start-up sorto sulle macerie della Montecatini: icona della riconversione al terziario, utopia del nuovo tempo smaterializzato.

Alberto è fondatore dell’Albecom, dove sono impiegati Luciano, programmatore, e GDL, pre-sales manager; i tre hanno intessuto al liceo un’amicizia evoluta in rapporto lavorativo. Nel panorama delle sfide quotidiane si intrecciano le dimensioni che moltiplicano le potenzialità del presente: quella reale, materiale; quella virtuale, informatica e immateriale, fonte di sostentamento, sfida e cruccio di tutti i personaggi. Il romanzo, tuttavia, emerge ed esorbita dal filone della letteratura sul lavoro, mettendo al centro i soggetti piuttosto che i ruoli, e facendone risuonare la voce. Si intuiscono le domande di Targhetta: come si vive senza un passato che non sia quello della propria adolescenza? Cosa sono le esistenze senza amore? E soprattutto: quali sono le forme del senso e della gioia nel mondo presente? Soprattutto quest’ultima è una domanda autentica, non retorica. Le vite potenziali è un romanzo senza nostalgia. Non c’è tensione proveniente dal passato o da un altrove che spinga i tre personaggi oltre i limiti geografici e psichici della propria esistenza. Nel presente ci si gioca tutto. I luoghi – per quanto inospitali, contaminati, inquinati, cementificati, riqualificati male – si caricano di senso nel momento in cui sono attraversati dalle esistenze. Targhetta ricorda una verità semplice: milioni di nostri connazionali, fuori dalle università e, in genere, dagli ambienti intellettuali, trascorrono le proprie vite in panorami simili; senza perciò smettere di innamorarsi, soffrire, lottare per il proprio successo o per non cedere al nulla. Di stupirsi del cielo blu elettrico sopra via dell’Azoto, porto Marghera. Senza mai attraversare Ponte della libertà e arrivare a Venezia. Gioia, sconforto, realizzazione sono forme semantiche complesse che non abbisognano dell’eleganza dell’ambiente.

Tre tipi, tre potenzialità, tre prospettive. Quando si intromette, il narratore lo fa con rispetto, prima di tutto dei propri personaggi. La forma che la critica assume è quella dell’ironia; ma cortese, comprensiva e tollerante. «C’erano sere in cui Alberto […] decideva di passare nella casa avita […] in un paese che, per lo stesso destino di chiarezza toccato in sorte a lui, si chiama Paese, il luogo della tautologia, dove il bar della stazione si chiama bar della Stazione e la pizzeria accanto al Capitello pizzeria al Capitello, e tutto mostra se stesso nel momento in cui lo si nomina». Esiste un modo di accettare il mondo com’è, restando insensibili ad alcune forme di complessità. Nel nostro tempo è una fortuna, una skill, una marcia in più; ma è anche la condanna a non sospettare di altre dimensioni.

In questo mondo cementizio di potenzialità e destini, ad uscirne con le ossa rotte non sono Alberto né Luciano (GDL un po’ sì), che provano a costruire una risposta, ciascuno con i propri mezzi. Le forme di gioia e realizzazione esistono, e più sono oggettivamente minime più, splendendo, risaltano in questo panorama tendente al grigio. Alberto, addirittura, prova a dar forma a un ideale attardato, quello del grande borghese, dell’uomo che occupa il proprio posto nella società, non teme il potere, desidera la paternità come esempio massimo di responsabilità: forse il massimo che si potrà sperare, nella nostra sterminata provincia. Un intero mondo di idee, possibilità alternative, modelli diversi rimane chiuso ai personaggi, che non infrangono lo specchio di infinite e relative potenzialità del proprio presente.