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Zerocalcare, Macerie prime

[ BaoPublishing, Roma 2018 ]

I due volumi dell’ultima opera di Zerocalcare, Macerie prime e Macerie prime – Sei mesi dopo, rappresentano in molti sensi un bilancio della biografia intellettuale del fumettista romano, oggi uno dei maggiori rappresentanti del genere in Italia. Questo dittico scandito da una cicatrice temporale esibita (i sei mesi di silenzio non colmato tra le due metà della storia) dialoga in modo coraggioso e non scontato con i più fortunati tra i volumi che lo hanno preceduto, dai quali non si limita a riprendere personaggi e situazioni, ma che convoca sul banco degli imputati in un processo che mette a nudo spietatamente ingenuità e ipocrisie.

Con un registro che, pur senza tradire la vena umoristica dell’autore, si fa quasi confessionale e non fugge da momenti di serietà tragica, Macerie prime, «fumetto di autonarrazione» (per rubare una definizione che compare fugacemente nel testo), sta a pieno titolo tra le scritture dell’io che hanno conquistato l’egemonia del campo narrativo negli ultimi decenni: l’autocoscienza generazionale, lo scavo nell’identità messa alla prova da condizioni materiali sfinenti, gli scivolamenti su un passo riflessivo-saggistico evocato per salvare una dimensione di senso ulteriore, mettono questo testo nella famiglia della scrittura di ricerca contemporanea.

Macerie prime è un libro sul crescere, sul cambiare e sulla paura che cambiare significhi tradire la propria identità, sul passaggio del tempo e sulla distanza che questo passaggio mette tra le persone, separandole a seconda del modo in cui ognuna riesce (o non riesce) a venire a patti con le trasformazioni. È anche un libro sulla paura profondamente umana di sperimentare la chiusura del destino, vissuta da quella generazione che oggi è costretta a diventare adulta in un mondo in cui i riti di passaggio alla maturità (il lavoro, il matrimonio, la casa, la conquista di una stabilità affettiva e materiale) risultano sabotati e diventano motivo di dispersione e incomprensione. Lo stesso topos fondamentale delle scritture autobiografiche contemporanee – il non detto del privilegio di chi può raccontare il precariato perché ne è uscito diventando scrittore – viene esposto nella sua ambiguità: l’autore-progatonista, «quello dei disegnetti», che grazie al suo lavoro può permettersi “addirittura” una casa con la stanza degli ospiti, vive bloccato nel senso di colpa del sapersi eccezione fortunata in un gruppo di amici schiacciati dalla mancanza di futuro, costretti a vivere tra le macerie di quel naufragio che in La profezia dell’armadillo (2011) aveva fatto da metafora all’interruzione violenta del percorso verso la vita adulta.

Macerie prime parla di precarietà, di disoccupazione, del logoramento dei rapporti umani lacerati dalla fatica di esistenze asfittiche, continuamente minacciate dal fallimento; e, senza retorica né moralismi, mette in scena la facilità disarmante con cui la nostra società consente quel drenaggio umano ininterrotto e silenzioso che è prodotto dalla solitudine, dalla depressione, dal suicidio dei giovani. Ma, se da un lato rappresenta la realtà senza facili vittimismi né altrettanto facili esorcismi, dall’altro Zerocalcare ha qui anche il coraggio di scommettere su una coordinata etica reale, fatta di nozioni pratiche di sopravvivenza dell’umano: imparare a riconoscere le forme del male, avere cura degli altri, salvare il gruppo, chiedere aiuto. Contro il menefreghismo dell’«imparare a campare» che sembra essere la legge del mondo, Macerie prime è un testo di resistenza umanistica che per affermare una possibilità di vita alternativa mette a nudo tutto, anche il proprio autore: il grande bagaglio di cultura pop che è filtro universale delle sue esperienze e dei suoi pensieri, e che ha forse contribuito maggiormente al successo della sua scrittura, qui, in modo del tutto serio e senza ironia, risorge per mettere sotto accusa l’ipocrisia di una conoscenza che è diventata mera citazione e ha dimenticato i messaggi incarnati in quelle forme, suonando un appello al recupero dei valori umani come ultima strategia per passare dalla sopravvivenza alla vita.