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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Eugenio Montale, La bufera e altro

[ edizione commentata da I. Campeggiani e N. Scaffai, Mondadori, Milano 2019 ]

Se è vero che la poesia non si legge, ma si convive con essa (Sereni), questo commento, completo e narrativo al tempo stesso, aiuta la convivenza; e accompagna il vertiginoso ingresso nel mondo intimo e sentimentale di Montale nel terribile momento storico della guerra.

In una versione ridotta del ‘49 il libro doveva intitolarsi Romanzo: romanzo che si coglie bene ora, leggendolo di filato e senza nodi come un romanzo appunto, o meglio un romance – all’interno dell’œuvre (l’ambizione di Montale). Compaiono, nominate per la prima volta, Clizia, Volpe (preparata dalla donna inglese chiamata GBH), e Mosca: tutte accompagnate, come nella poesia trobadorica, da senhals che si mescolano passando dall’una all’altra, a partire dal modello archetipico del primo amore Arletta, la “morta giovane”, inquietantissima revenante.

Troviamo un cappello per ogni sezione, un cappello per ogni poesia, la metrica, e nelle note tutte le osservazioni della critica relativa a quel componimento. Nel 1956 Neri Pozza pubblicava anche la Farfalla, racconti che chiariscono, non volendolo, in una prosa piena di humour e autoironia, molti temi autobiografici delle poesie altrimenti oscuri. Gli scritti sul «Corriere» nei Meridiani sono utili per le riflessioni sulla Storia e quelle filosofico-politiche, a partire da Finisterre fino alle ultime poesie alte e tragiche, per le quali funziona la misura lunga sia del verso che della composizione, come nota giustamente Scaffai nell’introduzione: dove offre inoltre ottime osservazioni sulla distribuzione del materiale all’interno del macrotesto. Benissimo utilizzati nelle note i migliori close readings nonché l’Autointervista del 1946, e infine la famosa intervista a Silvio Guarnieri con le impagabili risposte di Montale, a volte un po’ sbrigative: «Fra il capir tutto e il non capire nulla c’è una via di mezzo…».

L’irruzione della Storia – e quale Storia! – è la grande novità della Bufera: i modelli segnalati nel commento sono i più alti della letteratura occidentale: dall’Apocalisse ai Vangeli, a Dante, a Milton, a d’Aubigné, a Cervantes, al Leopardi delle Operette, a Shakespeare (Montale traduceva in quegli anni Amleto e Giulio Cesare nonché alcuni Sonetti che aprono il Quaderno di traduzioni del 1948), a Eliot e alla grande poesia barocca inglese: e in particolare John Donne, segnalato con acribia da Ida Campeggiani.

E poi la musica che era in Montale: opera e operetta in primis, conosciute dall’interno nei suoi studi giovanili da baritono-basso. E la filosofia antica, e quella novecentesca. La sua quête di sempre anche teologica su immanenza e trascendenza (l’incarnazione), contraddizione e paradosso – che si riflette nello stile della sua poesia: una religiosità inquieta e ereticale, che unisce i valori formali a quelli concettuali, la lirica al discorso, il rigore filosofico al rigore musicale.

Mnème è sorella di Mnemosyne: musica e memoria, dunque. Ma anche il grande tema dei morti, e del poco che resta di loro: un gesto fisico, una postura della voce. Altro tema infine, presente fin dal primissimo Montale, è quello della Salvezza – con relativo sacrificio dell’io per il tu o viceversa, o, come qui nelle poesie di più alta visionarietà, il sacrificio di Clizia per tutti. Nel suo insieme, dicono i curatori giustamente, si tratta di una operazione di mitopoiesi: che proietta la storia individuale e particolarissima (e perciò universale), nella Storia della guerra europea: che è però anche guerra «cosmica, di sempre», come disse Montale. I suoi connotati di orrore infernale assurgono a mito, immersi in un apparato letterario ad altissima intensità.

Alla guerra seguono gli anni della delusione, la guerra fredda, la massificazione: fino al comparire del nuovo registro comico-grottesco nell’ultimo componimento Il sogno del prigioniero. Poi, gli anni di silenzio prima di Satura.

Questo romanzo d’amore e morte è dunque un romance che inizia con la coppia allitterante ArsenioArletta, poi la Bionda, Clizia, sarà scalzata dalla Bruna, Volpe… e vedi anche l’opera in musica, dal Trovatore  a Richard Strauss, nonché la tarda poesia Al Giardino d’Italia, dedicata a Valery Larbaud: «Si discuteva la parola romance / la più difficile a pronunziarsi, la sola / che distingue il gentleman dal buzzurro». Ma questo romance è un romanzo strettamente intrecciato alla tragica vicenda storica, e i suoi personaggi non escono mai di scena, ma tornano a ossessionare il poeta. Alla bufera storica della guerra corrisponde la bufera privata di amore e morte. Malattia (vedi la Ballata) e morte dei cari (la sorella Marianna nel 1938, la madre nel 1942, che ispira la splendida A mia madre): e ancora «l’enorme / presenza dei morti», l’orrore della guerra che chiude la stessa Ballata nell’identificazione del poeta con l’«ululo muto» (ossimoro espressionista davvero montaliano) del «cagnuccio di legno», il bull-dog, piccolo amuleto tenuto da Mosca sul comodino assieme alla sveglia col suo lucore e alle fiale della morfina. Memoria questo comodino, se si vuole, del comodino dell’ammalata di Browning: ma che tuttavia indica un’ultima possibilità di Salvezza nel “piccolo”. Lucore, barbaglio, scintilla (altro termine di lunghissima percorrenza)…: e non più la luce che acceca del visiting angel Clizia. Il romanzo narra la trasfigurazione di Clizia che possiede le doti di salvatrice e cristofora destinata a portare la salvezza per tutti, vedi Primavera hitleriana: nuova beatrice, si oppone alla catastrofe pubblica e al cataclisma privato, ma appare ormai lontana in una sua dimensione “altra”, metafisica. Seguono le poesie dell’addio a Clizia: la fede metafisica non basta più al poeta e alla sua poesia.

Exit Clizia? No, come tutte le figure femminili montaliane Clizia occuperà altre altissime zone. Però entra Volpe, figura terrestre e sensuale contrapposta a quella celeste della sua predecessora (e prima di lei il suo delizioso cartone preparatorio inglese, GBH). Il nesso fra sensualità fisica e pensiero ha a che fare con la poesia barocca inglese della quale Clizia era appassionata, e qui il commento di Campeggiani è illuminante.

Ma qual è il senso ultimo di questo romance? Per  Montale, stilnovisticamente, come per tutti i grandi poeti, Amore è la stessa possibilità di poesia. Come dirà chiaro e tondo in Satura a Laura Papi, dedicataria di Non posso respirare se sei lontana…: «So che se mi leggi / pensi che mi hai fornito il propellente / necessario e che il resto (purché non sia silenzio) / poco importa». L’emozione nella vita sta a monte dell’emozione della creazione artistica, che ne emana. Ma Volpe, portatrice di salvezza per il solo poeta, non raggiunge la vetta metafisica di Clizia: anche il mondo fisico non basta. Montale nella Bufera non smette di sperare, di battere al muro per «vedere ciò che poteva esserci dall’altra parte, convinto che la vita ha un significato che ci sfugge», come disse in una intervista del 1965: «Ho bussato disperatamente come uno che attende risposta».

Tornano immagini di antica data: desta tuttavia perplessità l’ipotesi di un manierismo interno montaliano (Scaffai). Montale era hanté (altra intervista) da certe immagini o lemmi, come da certe musiche: che continuano a tornare nella sua poesia. Clizia, pur se abbandonata, resta: è lei (con qualche terrifica apparizione di Arletta) nelle grandi poesie della sezione delle Silvae, ed è ancora lei che chiude il libro nell’ultimo verso del Sogno del prigioniero: «il mio sogno di te non è finito». Di nuovo dunque il tema dell’attesa come in Occasioni: qui però non si attende l’istante privilegiato della sua epifania, ma «la conferma di una persistenza» che entra «in un tempo assoluto», come dice bene Scaffai.

Fin dagli Ossi la donna è specchio del poeta, che porta con sé le figure femminili. I commentatori cercano di ricondurle a questa o quella ispiratrice, stupiti che i senhals passino dall’una all’altra. Ma leggiamo L’immane farsa umana…: «Ho tentato più volte di far nascere / figure umane angeli salvifici / anche se provvisori; e se uno falliva / né si reggeva più sul piedistallo / pronta e immancabile anche la sostituta», con quel che segue in questa splendida tarda poesia.

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