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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Fabrizio Miliucci, Nella scatola nera. Giorgio Caproni critico e giornalista

[ Mimesis, Milano-Udine 2019 ]

Solo dal 2012, quando è uscita l’edizione curata da Raffaella Scarpa, si possono leggere le prose critiche e giornalistiche di Caproni senza seppellirsi nella sala riviste di una grande biblioteca. Tale lacuna deriva anche dall’atteggiamento dell’autore verso questa parte della sua produzione: nel periodo in cui pubblicò assiduamente su rivista racconti, prose critiche e giornalistiche, Caproni, maestro elementare con famiglia a carico, lo fece innanzitutto per arrotondare lo stipendio e non vi diede mai particolare importanza. Ne deriva anche la situazione molto complicata del materiale: riprese, adattamenti e assemblaggi sono frequenti.

Fabrizio Miliucci ha ben presente questo quadro e lo illustra in dettaglio. Va tenuto presente che fino all’incirca al 1975 quando pubblicò Il muro della terra – Caproni fu una figura secondaria nel panorama letterario italiano. Ancora nel 1969 Carlo Bo poteva scrivere di lui: «sembra nato con la vocazione del poeta minore». Caproni ne soffriva, in anni in cui aveva già pubblicato una parte rilevante della propria opera, ma aveva anche interiorizzato questo posizionamento. Come scrive Miliucci, «ricostruire lo scrittoio del letterato in relazione a quello del poeta significa innanzi tutto non lasciarsi suggestionare dall’opinione che il critico e recensore aveva di sé, o mostrava di avere» (p. 20); trapela sempre un «estremo pudore» riguardo alle proprie capacità e un «atteggiamento problematico e autodiminutivo» (p. 139).

Oggi gli studiosi considerano le prose di Caproni una fonte per perfezionare il ritratto di un grande poeta del Novecento. Così facendo, però, rischiano di sopravvalutare prese di posizione, scelte editoriali e atteggiamenti critici dovuti anche a circostanze cui Caproni non poteva e non voleva sottrarsi. Miliucci cerca di guardarsi da simili derive, e ci riesce bene, ma è davvero difficile mettere in evidenza il Caproni critico, che pure aveva opinioni acute, salde e drastiche, senza rivalutare troppo il Caproni giornalista, costretto a produrre articoli «“scritti per forza” e in alcuni casi perfino a denti stretti magari solo per onorare un impegno» (p. 38).

Un episodio citato da Miliucci è significativo. Nel 1989, quando ormai era una figura di primo piano, Caproni in un’intervista citò una sua vecchia poesiola privata che iniziava così: «Come sono felice / dopo una recensione / porre il libro lodato, merda, / in un cassettone» (p. 39). Beniamino Placido rispose con una nota sdegnata. Caproni scrisse allora il suo ultimo articolo, spiegando la sua situazione di quegli anni e chiedendo venia per lo sfogo. Questi tratti del carattere di Caproni, troppo timido e troppo severo con sé stesso, portano ad affezionarsi alla sua figura ma rendono difficile una valutazione accurata del suo lavoro critico. 

Il libro di Miliucci esplora con cura le parti finora meno visibili della critica caproniana, in particolare gli argomenti non compresi nella stringata raccolta di saggi La scatola nera, uscita nel 1996 e progettata dal poeta stesso. Ne emerge un’attività critica che da un lato non è supportata da un saldo impianto teorico (e anzi lo rifiuta programmaticamente), dall’altro mostra una sensibilità e una capacità di orientamento che derivano direttamente dall’attività creativa: «tende a mostrare un istinto basato sul solo “lume di naso”, facoltà che negli anni si rivela infallibile, a tratti addirittura prodigiosa» (p. 11). Miliucci classifica la produzione caproniana sia in base agli argomenti, sia in base agli autori trattati, e mette in rilievo alcuni interessanti contatti con la coeva opera poetica. Ne risulta un quadro complesso, tanto più utile quando si considera che «le cronache letterarie di Caproni rappresentano un Novecento allo stato naturale, prima dei canoni, in cui l’espressione poetica appare ancora incondita» (p. 156). Sono anche un’interessante testimonianza dall’interno del vasto sottobosco letterario di quegli anni, da cui trapela una voce destinata a uscirne e a trovare il suo posto sui gradini più alti del canone del Novecento.

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