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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 84

luglio/dicembre 2021

David Fincher, Mank

[ USA, 2020 ]

Nel 1971 viene dato alle stampe The Citizen Kane Book, edizione speciale della sceneggiatura di Quarto Potere di Orson Welles trent’anni dopo l’uscita nelle sale. L’introduzione viene commissionata a Pauline Kael, storica critica del «New Yorker», che descrive provocatoriamente il film come un «capolavoro di poco spessore». La figura di Welles auteur viene ridimensionata, e si avanza l’ipotesi che il vero pregio della pellicola risieda in realtà nella sceneggiatura, la cui tanto dibattuta paternità è da attribuire unicamente a Herman J. “Mank” Mankiewicz, che del film era co-sceneggiatore insieme a Welles. Il controverso e criticato saggio di Kael invitava a riconsiderare la funzione dello sceneggiatore, figura spesso nell’ombra di un regista e della sua visione. Mank, il nuovo film di David Fincher, parla esattamente di questo – o almeno così si pensava quando è stato annunciato.

In realtà Mank non s’interessa molto alla diatriba autoriale che lo ispira: abbracciando senza esitazioni la tesi revisionista di Kael, il film è più una ricostruzione dell’ecosistema in cui Mank (Gary Oldman) si muove e opera. La Hollywood degli anni Trenta è infatti l’epicentro di svariati mutamenti, la cui pregnanza è disposta in cerchi concentrici: il passaggio dal muto al sonoro; le elezioni per il governatore della California; gli strascichi della Grande Depressione; oltreoceano, infine, la rapida ascesa di Hitler. Il cinema si intreccia alla storia e alla politica, e a entrambe Mank attinge per il copione che sta scrivendo a ritmi forsennati, per il debutto alla regia di un giovane talentuoso che arriva dal teatro e dalla radio (Welles, qui talmente marginale da comparire solo nell’epilogo).

Il film è un affare di famiglia di lunga gestazione: la sceneggiatura è firmata infatti da Jack Fincher, padre del regista scomparso anni fa. La ricostruzione semi-nostalgica dell’epoca oscilla tra rigore mimetico e artificio consapevole: Fincher jr. gira in bianco e nero, ma in digitale; il montaggio è classico, ma la fotografia è più contemporanea; il sonoro è missato su un unico canale anziché in stereofonia, proprio come si faceva all’epoca. Il film pone una sfida a sé stesso nell’incipit, quando il protagonista spiega che in due ore non si può raccontare un uomo, ma tutt’al più suggerirne un’impressione. Arrivati alla fine, di Mank resta solo un profilo poco accattivante, a metà tra la figura del genio creativo ispirato da ciò che lo circonda e quella del giullare di corte che salta di set in set. È una conseguenza degli squilibri nella sceneggiatura, dove le informazioni sovrastano e soffocano una narrazione già esile. Mankè un film che straripa di idee e osservazioni acute: la Hollywood che viene mostrata non è solo la fabbrica dei sogni, ma anche il mezzo più efficace per manipolare la coscienza pubblica attraverso i filmati di propaganda. Il rapporto tra media e realtà è un tema caro a Fincher (e anche allo stesso Welles) che in Mankviene solo accennato, privilegiandone al più le ripercussioni morali. Queste, però, non generano empatia perché non riguardano mai dei personaggi, ma solo figure storiche alle quali il film allude fugacemente, e che rimangono oscure per lo spettatore digiuno dell’intera vicenda.

A descrivere Mank come una lettera d’amore alla Hollywood dell’età d’oro si peccherebbe d’imprecisione: si tratta, semmai, della lettera di un figlio al padre. L’approccio alla regia di Fincher è solitamente così maniacale da risultare spesso asettico, e per quanto stilizzato ha sempre funzionato. Qui, tuttavia, la perizia artigianale non riesce a sopperire ai limiti di una sceneggiatura che fatica a intrattenere perché appesantita dalle troppe analessi (rimando esplicito alla struttura del film di Welles), e che avrebbe beneficiato di ulteriori limature, venute a mancare forse proprio a causa di un’eccessiva deferenza filiale. Mank è un film sviluppato attorno all’idea che nella riuscita di una pellicola la sceneggiatura abbia più peso della regia: che il film di Fincher inciampi proprio a causa di uno script debole è un’ironia crudele, ma anche la perfetta dimostrazione di questa ipotesi.

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