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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Chiara Fenoglio – Eugenio Montale, Farfalla di Dinard

[ a cura di N. Scaffai, Mondadori, Milano 2021 ]

«Un fischio rauco di sirena, un fa leggermente calante, giungeva dal di fuori. Vidi lo sconosciuto alzarsi, prendere l’amico sottobraccio e avviarsi per concludere il suo racconto all’aria aperta». Sono le righe finali del racconto d’apertura di Farfalla di Dinard, la più importante raccolta di prose montaliane ripubblicata ora a cura e con il commento di Niccolò Scaffai. E sono righe che conducono il lettore nella tipica aria poetica montaliana, percorsa da fischi e musichette operistiche, dislocandola tuttavia su un altro piano, più profondo o sotterraneo, come nel caso di questo Racconto d’uno sconosciuto.

Pubblicata per la prima volta da Neri Pozza nel 1956, Farfalla di Dinard arriva alla sua forma definitiva nel 1973 attraverso 5 edizioni successive: anche se alcuni testi sono decisamente più recenti, Montale ne attribuisce la composizione a un periodo compreso tra il 1946 e il 1950, in perfetta corrispondenza alla sezione Silva e della Bufera e altro. Se queste prose rappresentano, come l’autore afferma in una intervista del 1966, il suo «romanzo autobiografico», esse completano idealmente il cantiere avviato con La Bufera, il cui titolo provvisorio era appunto Romanzo: un cantiere dove frammenti di storia personale, brani d’invenzione, episodi di attualità o ricordi di viaggio convergono nella creazione di quel dandismo intellettuale che è la cifra del «conservatorismo apocalittico» tipico dell’umanesimo montaliano.

Anche la costruzione del personaggio è da questo punto di vista indicativa: stando ancora alle dichiarazioni dello stesso Montale, l’io che parlava in queste prose «faceva quasi sempre le funzioni dell’autore, era il suo rappresentante diretto». Eppure ci troviamo di fronte a una narrazione che, fatta salva la progressione cronologica (le quattro sezioni corrispondono perfettamente a quattro momenti della vita autoriale: Genova e la giovinezza in Liguria, Firenze, Milano, i viaggi oltre confine), procede in modo discontinuo e sussultorio, con frequenti repêchages e sovrapposizioni: anche i racconti, come le liriche contemporanee, forniscono così l’occasione per intessere un romanzo che solo apparentemente si presenta come divagazione di fronte allo spettacolo della vita.

Lo stesso discorso si potrebbe fare per quanto concerne la presenza della figura femminile: nel panorama generale tratteggiato da questo libro, la Storia ha ormai esaurito il suo significato e di conseguenza Clizia perde il ruolo di visiting angel che riveste nelle liriche, svelando le concretissime «tracce di Irma». Come rileva Scaffai, la donna di Farfalla di Dinard è da un lato connotata nella direzione dell’outsider, dall’altro porta evidenti tracce di altri referenti, da Arletta, alla Volpe, a Mosca: proprio con Drusilla Tanzi, per esempio, Montale aveva compiuto quel viaggio in Bretagna che offre lo spunto per il racconto omonimo e conclusivo della serie. Clizia diviene «un nome in codice estensibile» a varie donne, più «figura di lontananza e dissonanza» che mito poetico e salvifico. Lo stile del prosatore, nota ancora Scaffai,

«non concede attese di miracoli o salvezze di fantasmi», bensì «prevede un culto alternativo, animistico» per gli oggetti-feticcio, per gli animali, per tutte quelle figure che alludono per lampi, ma in forma laica e domestica, alla storia personale del protagonista (così per la farfallina color zafferano, che riprende la poetica delle apparizioni, ma la declina in direzione quotidiana e privativa: senhal di una presenza che scompare senza lasciar traccia).

Il commento di Niccolò Scaffai guida magistralmente il lettore nei percorsi più sotterranei di questi racconti, scioglie i passaggi più densi che tramano una prosa lavoratissima a dispetto della sua principale destinazione giornalistica, chiarisce termini e allusioni (dall’origine del vocabolo stiffelius all’identità biografica dei flying guests), ne rivela i sottofondi e le fonti (da Čechov a Kafka), restituendo il valore di questo libro dallo statuto ambiguo, rispetto al quale Montale stesso si augurava una fortuna maggiore rispetto a quella effettivamente ottenuta.

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