allegoriaonline.it

rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Marta Rosso – Clemens Meyer, Caverne

[ trad. it. di R. Cravero e R. Gado, Keller, Rovereto 2021 ]

Dopo l’esordio del 2006 Eravamo dei grandissimi (Keller 2016) e la raccolta di racconti Il silenzio dei satelliti (Keller 2019), arriva in Italia anche Caverne, secondo romanzo finalista al Deutscher Buchpreis 2013 frutto di 15 anni di ricerche e otto di scrittura, con cui Clemens Meyer torna a orchestrare il grande puzzle narrativo dei sogni traditi dalla Svolta tedesca. Ci troviamo di nuovo nelle periferie di una Lipsia ora ribattezzata «Eden City», dove veniamo iniziati al mondo parallelo della prostituzione “diversamente legale”, il grottesco risultato di quella lacunosa legge del 2002 che nella teoria avrebbe dovuto regolamentare l’industria del sesso e proteggere le sue lavoratrici, e nella pratica ha permesso l’intensificazione del traffico di esseri umani che da tutta Europa confluiscono nei bordelli tedeschi. Conosciamo così, tra gli altri, Arnold Kraushaar alias AK 47, che negli anni Novanta studia economia per poi fondare il proprio impero di case del sesso; Hans Scannaporci, manager di appartamenti; il “conte” Bielefeld, affarista visionario dell’Ovest; la prostituta Babsi, in attesa del prossimo cliente nella sua camera in affitto giornaliero presso gli immobiliaristi del sesso; il Piccolo, ex fantino alla straziante ricerca della figlia perduta nei meandri della prostituzione.

Sono vite segnate dalla caduta del Muro, il nuovo anno zero rispetto al quale tutti gli abitanti dell’ex Germania socialista ricordano “com’era prima”; il dopo, invece, coincide con l’arrivo di un ipercapitalismo accelerato, da cui emergono figure lungimiranti di criminali che intuiscono le potenzialità del libero mercato e di una contemporaneità iperconnessa: «gli affari» diventano così il mezzo d’elezione attraverso cui proteggersi dal caos degli anni che seguono la Svolta, perché nulla come il sesso capitalizzato si rivela capace di plasmare i desideri delle terre di nessuno ai margini della società.

Il tema della prostituzione coatta diventa il prisma attraverso cui focalizzare il presente delle periferie tedesche dimenticate e una realtà sempre più complessa, di cui anche la forma del romanzo si fa specchio: intessuto di citazioni e rimandi che spaziano da Goethe al punk rock tedesco fino ai cori da stadio, in cui l’intertestualità si fonde con l’eclettismo formale – ben lontani tuttavia dal pastiche postmoderno, categoria che Meyer rifiuta in favore di un’idea di modernità permanente –, Caverne si dipana come un «carnevale dei pensieri», immergendo il lettore senza fiato in un vortice di sogni e ricordi, amplificati dalla costruzione narrativa di uno spazio-tempo che si dilata e si scombussola. Tra flussi di coscienza, trasmissioni radiofoniche e convegni di prostitute, l’esuberanza narrativa e il virtuosismo stilistico dell’autore vengono non da ultimo resi abilmente in italiano grazie all’attenta traduzione di Gado e Cravero.

La sperimentazione e la tecnica del montaggio, inserendosi nella grande tradizione modernista tedesca, hanno fatto sì che il romanzo sia stato accostato a Berlin Alexanderplatz. Meyer rinuncia tuttavia, a differenza di Döblin, alla voce di un narratore autoriale e a una prospettiva esterna: gli angeli che vegliavano su Franz Biberkopf sono caduti – gli Angels di Caverne sono semmai un’organizzazione criminale –, abbandonando i personaggi a se stessi. Estranei alla società, impantanati nell’humus della Storia – espressione di Wolfgang Hilbig che, insieme a Hubert Fichte, è il vero modello letterario del romanzo –, costretti a districarsi tra i labirinti della memoria e sogni talmente vividi da imprimersi nella retina e proiettarsi sulla realtà, ogni volta che i protagonisti voltano lo sguardo della mente aprono così nuove finestre temporali, dando forma a un tempo esistenziale in cui «il passato permea ogni cosa».

Raccontando l’eredità del socialismo realmente esistito, questa forma del romanzo epico secondo Meyer demitizza ancora una volta la “ricostruzione” dell’Est e le sue promesse: la Germania dell’autore, spogliata delle sue ideologie, si riconfigura piuttosto come un mostro senza testa, mosso dai propri impulsi nervosi.

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