allegoriaonline.it

rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Annie Ernaux, Una donna

[ trad. it. di L. Flabbi, L’Orma, Roma 2018 ]

Da dove cominciare a leggere l’opera di un autore? Probabilmente dall’inizio, per capire il percorso esistenziale che ne ha accompagnato la scrittura. Questo vale soprattutto per gli scrittori che hanno scelto di parlare di sé fin dal primo libro, come Annie Ernaux, che da più di trent’anni porta avanti un progetto autobiografico sorretto da un’idea della scrittura (ripresa da Michel Leiris) vista come tauromachia, cioè un gioco mortale e immorale di messa a nudo delle proprie ossessioni e delle proprie vigliaccherie. Il nucleo biografico del suo primo libro (Les Armoires vides, 1974) ritorna in tutti quelli successivi, così come i personaggi, che dallo sfondo passano di volta in volta in primo piano; le esperienze accumulate negli anni le forniscono materiale narrativo nuovo, che lei rimastica e declina mettendolo in relazione con il passato. Il lettore vede riemergere i segni indelebili lasciati dall’infanzia, osserva la potenza delle costrizioni sociali della vita in provincia, ragiona sullo scorrere del tempo storico e del tempo individuale, e cerca a sua volta di cogliere ciò che rimane della molteplicità di oggetti, dettagli, ricordi che si accumula in ogni esistenza. Perché è questo che da sempre Ernaux vuole fare con la sua «autobiografia impersonale»: condensare sulla pagina la mutazione storica e sociale, cercare nella propria esperienza un elemento sovrapersonale che le permetta di costruire un racconto collettivo, una «autosociobiografia».

Da qualche anno la casa editrice L’Orma sta pubblicando i libri di Ernaux nelle belle traduzioni di Lorenzo Flabbi, senza seguirne l’ordine cronologico. È un peccato, perché manca la continuità e si perde la logica che, nel tempo, ha legato la sua scrittura alla sua vita. Ma il lettore italiano ha così un altro piacere: osservare da vicino come sia cambiata la concezione della scrittura in Annie Ernaux e come lei, a decenni di distanza, abbia provato in modi diversi a cogliere quella «verità» che ha sempre detto di cercare. In Memoria di ragazza (Gallimard 2016, L’Orma 2017), Ernaux parla dell’estate dei suoi diciotto anni e cerca di trovare l’autenticità di quel momento eliminando l’emozione e l’affetto accumulati nei ricordi: tutto è teso alla ricerca di un «tempo palinsesto», di una «presenza reale» che non sia intaccata da sentimentalismi e psicologismi. In Una donna (Gallimard 1987, L’Orma 2018), invece, la scrittura è meno intellettualistica, è più immediata: la madre è appena morta, dopo due anni di degenza in una casa di cura, malata di Alzheimer. Ernaux vuole ritrovare la «donna reale» (p. 22) che è esistita fuori dal loro rapporto di madre e figlia, e come sempre il suo progetto «si situa all’intersezione tra famigliare e sociale, tra mito e storia» (p. 22). Ma la riflessione metaletteraria è meno marcata, e il racconto più coinvolgente. E così il lettore ripercorre i momenti decisivi nella vita di una donna che da giovanissima ha lavorato nella corderia della sua regione, fiera di essere un’operaia ma desiderosa di sfuggire al suo destino più probabile (la miseria, l’alcol) coltivando il sogno che poi è riuscita a realizzare: prendere in gestione un negozio di alimentari. Una donna del 1906, che per suo marito e sua figlia era «la legge» (p. 55), e per cui «ribellarsi aveva un solo significato, rifiutare la povertà, e una sola forma, lavorare, guadagnare dei soldi e non essere da meno degli altri» (p. 61) – dove gli altri sono le persone della cittadina in cui ha vissuto per cinquant’anni, che considerava come unici testimoni e garanti del valore della sua vita. Benché Ernaux voglia scrivere «nella maniera più neutra possibile» (p. 58), ad ogni riga di Una donna si sente l’amore di una figlia che ha cercato in ogni modo di essere diversa da sua madre, ma che in fondo non ha fatto altro che perseguire «il suo desiderio di imparare» (p. 54). È un libro bello e commovente, fin dalla prime pagine, dove la scrittrice dice che avrebbe voluto che il funerale di sua madre durasse per sempre: «che si andasse avanti a fare qualcosa per lei, altri gesti, inni» (p. 15). 

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