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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Lucilla Pizzoli, La politica linguistica in Italia. Dall’unificazione nazionale al dibattito sull’internazionalizzazione

[ Carocci, Roma 2018 ]

«Questo libro nasce dal tentativo di dare risposta ad alcune domande», cioè, come si legge nelle prime righe della premessa, che cosa si faccia in Italia in termini di politica linguistica, che cosa sia accaduto dal 1861 in avanti, e che cosa potrebbe essere auspicabile. Sappiamo che il prevalente laissez faire è in larga misura legato al desiderio di rifuggire dalle politiche coercitive e dirigistiche conosciute sotto il fascismo: lo rammenta il primo capitolo, che ha valore introduttivo e sintetizza lo stato dell’arte in materia, tra linguistica (e sociolinguistica), scienze politiche e studi giuridici, distinguendo per esempio tra politica e pianificazione linguistica. Il secondo capitolo punta «Uno sguardo fuori dall’Italia» per ricordare quanto prevedono, in modo diretto o indiretto, ONU e UNESCO, Consiglio d’Europa e Unione europea, soprattutto a proposito di multilinguismo (inteso come convivenza di gruppi sociali che parlino lingue diverse) e di plurilinguismo (che si ha quando le stesse persone dispongono di più lingue). Naturalmente i temi s’intersecano: il terzo capitolo tratta «La legislazione linguistica» partendo da un quadro delle lingue ufficiali e nazionali in altri paesi, per ripercorrere la storia italiana: lo Statuto albertino, la lotta contro i dialetti e le altre lingue durante il ventennio fascista, la Costituzione del 1948, le discussioni del nuovo millennio, anche sull’opportunità di inserire nella Costituzione stessa un riferimento esplicito alla lingua italiana. Si parla inoltre delle vecchie e nuove minoranze linguistiche, dalle norme del Regno sabaudo a quelle più recenti, inclusa l’introduzione di test di conoscenza della lingua da parte degli immigrati, prove che molti italiani non supererebbero.

Il capitolo quarto riguarda poi il linguaggio burocratico, che ha rappresentato quasi sempre più un ostacolo che una risorsa, nonostante i reiterati tentativi di semplificazione, dal Codice di stile voluto da Sabino Cassese all’Agenda Italia semplice del 2015-2017. L’autrice menziona L’antilingua di Calvino – uno dei pochi accenni all’opinione degli intellettuali – e parla del cosiddetto «sessismo linguistico» e del politicamente corretto. Molto interessanti sono anche i paragrafi su insegne e toponimi e sull’onomastica, dagli interventi legislativi ottocenteschi, alle limitazioni e modifiche imposte dal fascismo, al presente.

«L’educazione linguistica» a livello scolastico e universitario è al centro del quinto capitolo, che comincia dall’istituzione di un ministero della Pubblica Istruzione nel Regno di Sardegna per arrivare alla cosiddetta «buona scuola», con pagine su problemi importanti e dibattuti come la formazione dei docenti o come l’internazionalizzazione – o, in altri termini, l’anglicizzazione – dell’insegnamento universitario: si veda il caso del Politecnico di Milano.

Il sesto capitolo riguarda l’italiano «nel mondo», le scuole all’estero e gli istituti italiani di cultura, mentre l’ultimo capitolo considera “agenti” quali Chiesa, accademie, in primis la Crusca, istituzioni come l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana o la Società Dante Alighieri, nonché i mass media.

Il lavoro di Lucilla Pizzoli è davvero molto ampio, approfondito, chiaro, completato anche da un’utile cronologia: affronta tante questioni accese e attuali, con pacatezza, ricordando fin dall’inizio che persino il non intervenire è una scelta e che comunque «tutti i parlanti» hanno un ruolo e una responsabilità (p. 26).

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