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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Franco Fortini, Giovanni Giudici, Carteggio. 1959-1993

[ a cura di R. Corcione, Olschki, Firenze 2019 ]

Alcuni stralci di questo carteggio erano già stati messi a frutto nella Cronologia, curata da Carlo Di Alesio, nel Meridiano dedicato a Giovanni Giudici (I versi della vita, 2000), in considerazione dell’assoluta rilevanza che la figura di Fortini ebbe per la maturazione intellettuale, politica e letteraria del poeta della Vita in versi. Questa edizione completa delle lettere fra i due perfeziona quell’intuizione. Si tratta di 66 missive, per due terzi di Giudici e per un terzo di Fortini, annotate dal curatore e accompagnate da una appendice con i passi su Fortini dalle agende di Giudici, non meno interessanti delle lettere. Fortini e Giudici si conoscono nel 1958 presso la sede milanese della Olivetti, dove condividono l’ufficio: da questa consuetudine quotidiana nascerà un dialogo fatto di lettere, conversazioni a voce, lunghe telefonate serali, che li accompagnerà quasi fino alla morte di Fortini. Tuttavia si tratta di un rapporto né idilliaco né simmetrico: se esso si fa via via più paritario, la personalità severa e pedagogica di Fortini e la docilità di Giudici, nonché il profilo di intellettuale e poeta già pubblicamente definito del primo e quello ancora da definire del secondo, danno inizialmente allo scambio la forma del rapporto tra maestro e allievo (ancora nell’ultima lettera, del ‘93, Giudici si firma «il tuo vecchio “alunno” ed amico»). Ma negli appunti privati delle agende, Giudici non manca di riversare anche irritazione nei confronti di questo ingombrante padre intellettuale: «[Fortini] si specchia troppo spesso nella sua propria virtù e finisce per appannarla con questo suo sguardo severo e di tutto sé compiaciuto e commiserante» (febbraio ‘60), «Fortini ha poco da dire contro di me, gli dà fastidio la mia inattaccabilità. Non mi presto, si vede, alle sue esercitazioni moralistiche» (marzo ‘61) e – con acuta diagnosi, non solo della psicologia, ma della postura intellettuale e della stentorea ma defatigante dialettica fortiniana – «Certe telefonate di F. […] hanno il potere di gettarmi nel […] più nero sconforto; una certa erosione sistematica delle prospettive, che in parte è lucida spietatezza, volontà di analisi ecc. ecc., ma in parte rivela una componente addirittura masochistica» (gennaio ’64). Nel corso della lettura di questo documento di un’intesa e di un conflitto, la memoria corre più volte a quel gioiello di testimonianza intellettuale che è Attraverso Pasolini. Come in quel libro, anche in questo caso lettere e scritture private si fanno specimen del dibattito pubblico; in particolare nelle lettere della prima metà degli anni Sessanta, quasi piccoli saggi, i due poeti definiscono posizione, strategia e tattica di un impegno intellettuale, creativo e editoriale vissuto come una vera e propria guerra: la profonda avversione per la neoavanguardia; la categoria della “contestazione” in arte; il riuso, ironico in Giudici e glacialmente classico in Fortini, delle “forme morte” della tradizione letteraria; i contenuti e l’impostazione delle riviste con cui collaborano o progettano di collaborare; l’umanesimo che, scrive Fortini, va portato «come un pugnale sotto i panni» per non finire assimilati alle varie forme di quietismo che sempre minacciano la poesia e l’impegno intellettuale (fuga nell’estetismo, cedimento all’industria culturale, compiacimento nel volontarismo rivoluzionario…). Fortini e Giudici condividono una medesima «religione per la storia», una tensione tra profetismo e marxismo, tra messianismo e impegno hic et nunc, intesa a evitare le speculari secche dell’irrazionalismo o misticismo e del materialismo volgare e positivista. Ma i due finiranno per dividersi: la rottura, poi parzialmente sanata, avviene tra la fine del ‘69 e l’inizio del ‘70. Scriverà Fortini all’amico qualche anno dopo: «[io] sono fazioso e settario e non concedo agli altri volentieri quella agilità che nego a me stesso […]. Tu concedi la contraddizione a tutti, io no» (maggio ‘76). E questa opposizione potrà, credo, tornare utile anche in sede di giudizio critico sull’opera dei due poeti.

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