allegoriaonline.it

rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Hermann Broch, I sonnambuli. I: 1888. Pasenow o il romanticismo

[ trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2020 ]

Nuvole plumbee si addensano sul mare in tempesta mentre una folla di bagnanti si accalca tra le onde sul bagnasciuga: l’elegante fotografia in bianco e nero apposta sulla copertina del primo volume dei Sonnambuli, che Adelphi pubblica in una nuova traduzione, veicola efficacemente l’atmosfera di catastrofe imminente che sovrasta la società tedesca, ritratta da Broch nel trentennio che precorre la prima guerra mondiale. Ambientati a quindici anni di distanza l’uno dall’altro, i tre romanzi mostrano in ambientazioni sociali differenti la progressiva disgregazione dei vecchi valori e la crescente irrazionalità della vita moderna. L’azione del primo romanzo si svolge a Berlino e nella Prussia orientale nell’anno dell’ascesa al trono di Gugliemo II: siamo nella “Gründerzeit”, un’epoca di prosperità economica che coincise tuttavia così Broch nel saggio Hofmannsthal e il suo tempo – con «un periodo di completo deserto spirituale». A ognuno dei tre romanzi Broch appone un titolo di esplicita evidenza simbolica, imperniato su una data storica e sul nome del protagonista, cui viene accostato un concetto astratto (rispettivamente: il romanticismo, l’anarchia e il realismo). Protagonista del primo romanzo è Joachim von Pasenow, un giovane luogotenente dell’esercito, dimidiato tra l’amore per una prostituta boema, Ruzena, con cui intrattiene una relazione erotica, ed Elisabeth, la donna destinatagli dalla famiglia e che egli finirà per sposare. Ultimo esponente di una classe sociale in declino l’aristocrazia terriera della Prussia orientale Pasenow si aggrappa ai valori tradizionali (l’onore, innanzitutto) e riserva un culto maniacale all’uniforme che diventa una sorta di baluardo difensivo nei confronti del disordine del mondo. Ed è proprio l’innalzamento all’assoluto di gerarchie e uniformi terrene ciò a cui Broch allude con il termine “romanticismo”, un processo in cui l’autore, orfano della totalità, scorge l’esito fatale del processo di secolarizzazione innescato dalla Riforma pro-testante: «un tempo era solo la veste del sacerdote a distinguersi da quella degli altri come qualcosa di non umano» e «persino sotto l’uniforme e la toga traspariva ancora un alcunché di borghese», ma dopo che la riforma protestante ha negato al sacerdote il ruolo di giudice delle azioni umane, «la toga terrena ha dovuto prendere il posto di quella celeste, e la società ha dovuto articolarsi in gerarchie e uniformi terrene da elevare all’assoluto in luogo della fede» (p. 26). Al Romanticismo, così come lo intende Broch, inerisce un insopprimibile e ambiguo spirito conservatore, di cui sono espressione la dimora avita di Pasenow a Stolpin, con le sue stanze antiche e severe, immutate da generazioni, e le inveterate abitudine familiari, cui sono dedicate splendide pagine. Ma la fuga di Pasenow in un passato tramontato non può che condurre a una condizione di alienazione e di sonnambulismo psichico, ben evidenziato nell’allucinata scena finale in cui Joachim, nella prima notte di nozze, si stende accanto alla sposa con indosso l’uniforme, attento a che essa non si pieghi.

Del capolavoro di Broch il lettore italiano disponeva sinora della ottima traduzione di Clara Bovero, rispetto alla quale la versione di Ada Vigliani si rivela più precisa e perspicua e al contempo più scorrevole ed elegante: perfettamente aderente al manierismo sintattico che connota il testo originale, la versione di Vigliani rende con virtuosistica perfezione lo stile versatile di Broch, sospeso tra realismo ed astrazione, vibrante di tonalità grottesche e di atmosfere liriche, intessuto di descrizioni realistiche alla maniera dei narratori ottocenteschi e di modernissime introspezioni psicologiche.

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