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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Lev Nikolaevič Tolstoj, Che cos’è l’arte?

[ a cura di F. Frassati, Donzelli, Roma 2010 ]
[ a cura di T. Perlini, Mimesis, Milano-Udine 2011 ]

Il Tolstoj saggista, si sa, non va preso sul serio, soprattutto quando scrive di letteratura. È irricevibile. Il settantenne che nel 1897 dà alle stampe Che cos’è l’arte? assomiglia al suo Chadži-Murat, il guerrigliero ceceno che, sapendo di aver perso la battaglia, spara fino all’ultima pallottola.

Sceglie i suoi bersagli con spietata oculatezza: Dante, Shakespeare, Cervantes, Goethe, Puškin, Baudelaire e decine d’altri, incluso l’autore di Guerra e pace, cadono sotto i colpi della distinzione tra «arte buona» e «arte cattiva».

Ora questo bellicoso, e a tratti inconfessabilmente divertito, pamphlet torna in due riedizioni: Donzelli ripropone la versione di F. Frassati (Feltrinelli 1978), ancora valida, e Mimesis quella di T. Perlini (Gallone 1997), parziale e infestata di refusi, ma ottimamente introdotta. Perlini inserisce il saggio nell’ancora poco esplorata traiettoria dell’«altro Tolstoj» (l’espressione è di P.C. Bori): un Tolstoj a cui «l’arte non basta più» e dedica i suoi ultimi trent’anni a elaborare una «religione universale» che concili il suo razionalismo illuminista con un cristianesimo radicale.

La concezione tolstojana dell’arte non poggia infatti su basi estetiche ma etiche: l’arte deve trasmettere ciò che egli chiama «coscienza religiosa», vale a dire una visione del mondo universalistica (che per lui non può non avere un fondamento trascendente), e va dunque valutata non in ragione del bello (la forma), bensì in ragione del bene (il contenuto). L’arte non è intesa come fine ma come mezzo: un mezzo di comunicazione indispensabile per la vita di ciascuno e per il progresso dell’umanità intera verso la perfezione, poiché «trasmette i sentimenti più alti provati dalle generazioni passate e dai loro migliori rappresentanti». Non è un insieme di opere o di attività specifiche ma compenetra ogni aspetto della vita, dalle barzellette ai testi sacri.

Chiariti questi principi, Tolstoj passa a descrivere il processo che, a partire dal «cosiddetto Rinascimento », ha portato alla separazione dell’arte dalla «vita del popolo», facendone appannaggio delle sole classi superiori: il contenuto si è ristretto a pochi sentimenti (desiderio di affermazione, noia della vita, pulsioni erotiche); la forma è divenuta sempre più manierata e incomprensibile; e, quel che è più grave, si è perduto il concetto stesso dell’arte, ridotta a «contraffazione», a «produzione di fabbrica».

Di questo processo Tolstoj non vede il risvolto positivo, l’autonomizzazione della letteratura che si organizza, affermando le proprie leggi specifiche, per sopravvivere nell’ambiente inospitale del capitalismo; vede solo la divisione del lavoro, l’alienazione, la disgregazione in prodotti e circuiti sempre più autoreferenziali. E vi contrappone il suo radicalismo dell’universale: l’arte, scrive, deve essere «catholica nel vero senso della parola», deve unire tutti gli uomini, i viventi come coloro che furono e coloro che verranno. E può farlo solo suscitando due tipi di sentimenti: quelli che derivano dalla coscienza dell’origine divina e della fratellanza di tutti gli uomini («arte religiosa ») e quelli semplici della vita comune, come l’allegria, la tenerezza, il coraggio, la serenità («arte del quotidiano»).

L’arte dell’avvenire dovrà dunque sorgere su basi totalmente nuove rispetto all’attuale: sarà chiara, semplice, breve, prodotta da tutti, accessibile a tutti, rivolta a tutti. Come modelli Tolstoj propone l’Iliade e l’Odissea, la bibbia e il vangelo, la storia di Buddha e il cantico di S. Francesco, le fiabe e i canti popolari, tra i moderni I masnadieri di Schiller, Le due città di Dickens, I miserabili di Hugo e La casa dei morti di Dostoevskij.

Affiora, seppure inorganicamente, una storia della letteratura diversa da quella che conosciamo, e anche un diverso futuro: come se l’«altro Tolstoj» additasse la possibilità, tanto inquietante quanto auspicabile, di un’«altra letteratura». Ma il Tolstoj saggista, si sa, non va preso sul serio, soprattutto quando scrive di letteratura.

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