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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Agnese Macori – Elisabetta Menetti, Gianni Celati e i classici italiani. Narrazioni e riscritture

[ FrancoAngeli, Milano 2020 ]

Punto di convergenza tra diverse linee di ricerca di Menetti, il volume indaga il rapporto di Celati con i classici italiani, muovendo da una riflessione sulle sue esperienze di riscrittura di alcuni testi della tradizione: non solo, ovviamente, l’Orlando innamorato in prosa, ma anche le due novelle di Gherardi da Prato e di Giovanni Sercambi, pubblicate nel 2012 nella raccolta collettiva Novelle stralunate dopo Boccaccio, a cura della stessa Menetti. Dunque una nozione di classico intesa in senso ampio, che esorbita dal canone tradizionale per accogliere anche quegli autori minori in grado però di esercitare un’influenza particolare sulla narrativa di Celati.

L’analisi delle riscritture del poema boiardesco e delle novelle, a cui sono dedicati rispettivamente il terzo e il quarto capitolo del volume, prende le mosse da un confronto puntuale con i testi originali, e da una riflessione formale e linguistica sulle varianti, a partire dalla quale l’autrice indaga le ragioni profonde della scrittura di Celati e il suo rapporto con la tradizione. I tre casi di studio, infatti, vengono riletti da Menetti all’interno di una trama di relazioni più ampia, in grado di rendere ragione non solo della narrativa celatiana, ma anche del contesto culturale in cui lo scrittore si è trovato a operare. Il primo capitolo si presenta come una panoramica ricognizione del rapporto di Celati con i classici e, soprattutto, con la «fantasticazione», che viene posta in relazione con il «dibattito sull’immaginario, sulla immaginazione e sul fantastico» sviluppatosi tra gli anni Sessanta e Settanta, con particolare attenzione alle posizioni di Calvino e Rodari. Il secondo capitolo è invece dedicato alla rievocazione di una «nuova primavera del genere cavalleresco italiano», che in quegli stessi anni aveva interessato non solo il campo letterario (con le riscritture di Calvino e Manganelli), ma anche quello teatrale e cinematografico (tra gli altri, sono citati i lavori di Monicelli e Ronconi). Ma l’aspetto forse più rilevante del libro è la consonanza tra le riscritture e la produzione precedente di Celati, a riprova di un’influenza profonda e di lunga durata dei modelli della tradizione sulla sua scrittura. In effetti, l’idea sottesa all’intero volume è da ricercare nell’emersione di una dialettica della distanza tra lo scrittore e i classici. La distanza è in primo luogo linguistica; ma non solo: alcuni tagli operati da Celati nella sua riscrittura dell’Orlando innamorato sono riconducibili a un orizzonte di attesa profondamente mutato, per cui, per esempio, il lettore contemporaneo non può avvertire la meraviglia che Boiardo immaginava avrebbe colto il suo ascoltatore di fronte all’irreprensibile paladino travolto dalla passione amorosa. La distanza è tale da rendere impossibile un’identificazione con i personaggi, ed è proprio questo senso di estraneità a suscitare nel lettore un moto di sorpresa in grado di emozionarlo. Eppure questa distanza – che per Celati non solo esiste, ma deve essere salvaguardata – è costantemente messa in discussione da una consonanza emotiva con i testi e con i loro autori. In particolare ciò che lo lega a Boiardo è il senso di appartenenza «alla tradizione cavalleresca italiana che è un modello di riscrittura creativa di una materia narrativa antica», ovvero a una concezione della letteratura come pratica essenzialmente orale e comunitaria. Il tratto che accomuna la riscrittura del poema e il lavoro sulle novelle è proprio l’importanza del legame simpatetico, non solo tra autore e il suo pubblico, ma anche tra lo scrittore e i suoi modelli, e tra il narratore e i suoi personaggi. I protagonisti delle due novelle riscritte nel 2012 condividono infatti con i personaggi dei racconti degli anni Ottanta una «commistione di buffoneria cialtrona e di infantile semplicità che provoca nei lettori una spontanea e affettuosa complicità»: proprio nei bizzarri Ganfo e Olfo sembra essere possibile individuare i lontani capostipiti di quella lunga tradizione di figure malinconiche e stralunate che rivivono nella narrativa di Celati.

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