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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 84

luglio/dicembre 2021

Irene Piazzoni, Il Novecento dei Libri. Una storia dell’editoria in Italia

[ Carocci, Roma 2021 ]

La pur breve distanza prospettica che ci separa dal Novecento ha rivelato (almeno) una cosa: quello appena trascorso è il secolo del libro. Fulcro nevralgico della capitalizzazione del lavoro intellettuale, ma anche medium prioritario di riferimento per la creatività autoriale, il libro è stato inoltre, nella prospettiva del pubblico dei lettori, occasione di svago, d’intrattenimento, strumento di scolarizzazione e di riscatto sociale, sotto forma di acculturazione. Studiare la sua storia, attraverso il volume di Irene Piazzoni, implica confrontarsi con le dialettiche profitto/progetto e stabilizzazione/ cambiamento, nonché ragionare sulle dinamiche di costruzione materiale delle edizioni e sui percorsi ermeneutici di ricezione testuale.

Naturalmente, quella di Piazzoni è non né la prima né l’unica ricostruzione ad avere tratteggiato la storia dell’editoria italiana contemporanea, e segue una tradizione di studi ormai consolidata. Ora, a fronte di una già collaudata narrazione storico-editoriale, ci si sarebbe aspettati una rassegna di sintesi, ad uso prioritario dell’adozione universitaria, corredata di una bibliografia aggiornata. Il Novecento dei libri, invece, è un raffinato mosaico che compendia insieme approfondimenti su aree già in parte studiate e indagini tracciate (o ritracciate) ex novo, come se la storia del secolo dei libri fosse ancora in gran parte un territorio vergine da esplorare, capire e raccontare. Emblematico è il modus operandi attraverso cui Piazzoni introduce ogni nuovo capitolo e periodo storico: «Il laboratorio del primo Novecento» è tratteggiato, ad esempio, attraverso la vivida fotografia prodotta da Renato Serra in Le lettere («primo studio pubblicato in Italia inteso ad abbracciare la dimensione economica e sociale della circolazione libraria»); per calarci nella vivace e problematica realtà degli anni Cinquanta, si recupera invece il «punto di vista competente» di Giambattista Vicari (espresso in Editoria e pubblica opinione); infine, per restituire lo smarrimento degli intellettuali implicati con la crisi editoriale degli anni Ottanta, l’autrice rielabora le preoccupazioni espresse in occasione di un importante convegno milanese del 1984 (Gli anni ’60: intellettuali e editoria). Nel libro si indagano, inoltre, questioni specifiche come il connubio testo-immagini, che rappresenta «un architrave dell’editoria popolare», e si ridefiniscono alcune periodizzazioni: interessante, sotto questo punto di vista, la proposta di smussare lo spartiacque rappresentato dalla fine della seconda guerra mondiale, laddove (secondo l’autrice) già a cavallo degli anni Trenta e Quaranta «alcuni intellettuali, per vie traverse e tanto di nicchia o tanto carsici da non dare all’occhio, iniziano a lavorare su filoni, interessi di ricerca e prospettive centrifughi rispetto ai nuclei della cultura politica egemone» (p. 141).

L’acribia con cui Piazzoni intercetta materiali trascurati, rilegge con originalità dati già noti, collaziona informazioni provenienti da una moltitudine di ambiti e discipline (storia della cultura, della politica, della narrativa, dalla saggistica, dei mass media, dei mezzi di informazione, degli indici di lettura, dell’alfabetizzazione, della scolarizzazione, ecc.) restituisce al libro una centralità paradigmatica, al punto che attraverso questa lunga indagine possiamo intravedere anche il percorso di emancipazione culturale delle masse, la storia delle professioni intellettuali (dall’editor all’agente letterario), i tentativi di politicizzazione e controllo culturale, l’alternanza delle correnti di pensiero, la gestazione imprenditoriale dei vari segmenti dell’industria culturale (dalla produzione libraria alla distruzione).

Se le tante rivoluzioni (più o meno) inavvertitamente portate da Gutenberg giungono dunque nel Novecento a piena maturazione, l’indagine di Piazzoni può servire anche per misurare la distanza tra il protagonismo librario di ieri e i nuovi precari equilibri di oggi, e per chiederci infine in quali luoghi (reali o virtuali) si costruirà la cultura collettiva di domani.

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