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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 84

luglio/dicembre 2021

Marco Antonio Bazzocchi, Con gli occhi di Artemisia. Roberto Longhi e la cultura italiana

[ il Mulino, Bologna 2021 ]

Dopo anni di ricerche intorno alla figura di Roberto Longhi e alla sua lezione critica, Marco Antonio Bazzocchi ha dato forma organica al proprio lavoro, raccogliendo in un volume agile ma molto denso i suoi principali studi, che fanno perno sul «più grande storico dell’arte italiano del secolo scorso» (p. 7), ma si allungano a toccare una vera e propria galassia di autori, da Pasolini a Bassani, da Testori a Banti.

Quella della costellazione – intesa come insieme di elementi che «creano un intreccio infinito di rapporti, una rete percorribile in molte direzioni» (p. 36) – è la forma simbolica della critica longhiana ma anche dell’intero libro, che, appoggiandosi principalmente alle teorie di Warburg, Benjamin e Didi-Hubermann, procede per suggestioni, anacronismi e analogie, definendo i confini di un campo culturale variamente condizionato dallo sguardo di Longhi sull’arte. «La cultura di mezzo Novecento è longhiana almeno quanto è crociana» (p. 9) si legge in apertura di volume, e questo libro tenta di “pesare” la lezione di Longhi individuandone anche i nessi con una Stimmung di scala europea, che ha tra i propri rappresentanti Proust, Rilke, Balthus, Auerbach. Gli strumenti dell’indagine sono le immagini: quelle raramente riprodotte nei saggi longhiani ma puntualmente evocate dalle sue parole, da un «alfabeto elementare» (p. 22) che toglie alla figura umana la sua centralità per immetterla in una sintassi fatta di sfere, globi, cilindri, forme e colori; ma anche le immagini che “sopravvivono”, ad esempio nella ragazzina che nel Vangelo secondo Matteo di Pasolini impersona la Vergine, o che riaffiorano alla memoria di Banti, impegnata a riscrivere Artemisia dopo che nei bombardamenti alleati su Firenze era andata distrutta la prima stesura del romanzo, o ancora che si animano nelle pagine di critica d’arte “viscerale” di Testori.

Nel volume si succedono affondi di diversa portata: dal saggio monografico su Artemisia, che dà il titolo al libro (a dire di come la “funzione-Longhi” si manifesti in maniera più lampante là dove si coniuga a uno slancio di emancipazione, qui realizzato nella costruzione di un “mito Gentileschi” complementare a quello di Caravaggio) all’excursussui romanzi ferraresi di Bassani per svelare la natura del suo manierismo (che consiste nella trasformazione di un microcosmo in un oggetto d’aura, la cui immagine appare tuttavia sempre irriducibile a una conoscenza integrale, per via di qualcosa che rimane letteralmente inguardabile); dall’analisi di un preciso frangente dell’opera di Pasolini (quello dell’ideazione della DivinaMimesis, in cui la nozione auerbachiana di “figura” entra in cortocircuito con l’immagine dialettica di Benjamin) fino ai closereadingcondotti sui saggi critici di Testori (che nel “pestante” Cairo o in Tanzio da Varallo trova gli interpreti esemplari di una «pittura-carne», p. 170, che si contrappone alla pittura-luce prediletta da Longhi) e, soprattutto, sui primi saggi longhiani (il MattiaPretidel 1913, Labrevemaveridicastoriae il PierodeiFranceschidel 1914) in cui emergono i presupposti teorici (il conflitto tra luce e corpo, tra antropocentrismo ed estetica del periferico, tra Quattrocento e Seicento) di un nuovo modo di leggere e raccontare le opere d’arte.

D’altra parte, è proprio la scrittura – quel dispositivo in cui il verbale insegue il visivo sulla strada delle forme, e però non lo raggiunge mai, separato da un margine di inintelligibilità – il maggior lascito di Longhi alle generazioni successive: un linguaggio che sconnette le opere dalla cronologia per inserirle in una rete di rapporti formali in cui ad agire è la loro memoria, la loro “forza profetica”. Bazzocchi raccoglie questo lascito, declinandolo in un ambito ulteriore rispetto alla critica d’arte, al cinema e alla narrativa: quello di una critica letteraria che non si limita all’esplorazione dei testi, ma che, convocando un insieme di saperi distanti eppure sempre “parlanti”, riesce ad arrivare fino alle immagini da cui quei testi sorgono e che in quei testi continuano a vivere.

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