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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Riccardo Castellana – Giancarlo Alfano, Fenomenologia dell’impostore. Essere un altro nella letteratura moderna

[ Salerno Editrice, Roma 2021 ]

Non uno studio tematico in senso stretto, ma una storia dell’impostura come strumento di verifica. Di cosa esattamente? Del sistema di credenze di una data società e della tenuta dei meccanismi culturali in base ai quali ci fidiamo degli altri e tendiamo a credere a quanto ci dicono o ci lasciano intendere, anche solo attraverso la loro immagine pubblica. E non è nemmeno soltanto una storia letteraria del tema, come chiariscono le pagine iniziali su Martin Guerre, vittima del più famoso tentativo di appropriazione fraudolenta di identità degli inizi del Moderno. Un caso che Natalie Zemon Davis ha riscoperto in tempi recenti e da cui Alfano prende le mosse per ribadire, con Davis, che ogni menzogna è sempre profondamente radicata nelle pratiche sociali di una determinata epoca: di qui, appunto, la sua funzione rivelatrice, di cartina di tornasole. Nel Cinquecento, ci ricordano gli storici, era molto comune cambiare identità, nome o nazione, ma per assumerne una del tutto nuova: il finto Martin, invece, si appropria della vita di qualcun altro, sottraendogliela e mettendo a dura prova le consuetudini in base alle quali i suoi contemporanei (la moglie del vero Martin, i famigliari, gli stessi giudici) potevano accettare come verosimili le risposte a domande come “perché era scomparso?”, “perché era tornato?”, “quali prove della sua identità poteva addurre?”. C’è poi un altro aspetto che destò l’attenzione dei contemporanei e che non sfugge a un critico letterario attento come Alfano: Martin Guerre non era un personaggio illustre ma un popolano francese di origine basca, eppure la sua vicenda apparve a molti (persino a Montaigne) non comica e plautina, ma intimamente seria, tragica e universale, in contraddizione con quanto predicavano la separazione classicistica degli stili e la poetica aristotelica del verosimile.

Non essendo uno studio tematologico in senso stretto, questa Fenomenologia accomuna varie tipologie di eroe: non solo quella in cui A assume l’identità di B per trarne un qualche vantaggio, minimo (il falso Martin) o massimo (Giacobbe che si spaccia per Esaù al fine di sottrargli la primogenitura); ma anche quella per cui A adotta l’identità di un B fittizio (Mattia Pascal); quella in cui A vanta qualità che in realtà non possiede, vuoi per raggirare il prossimo (fra’ Cipolla nel Decameron), vuoi per nascondere una verità che è politicamente più prudente tacere (è la “dissimulazione onesta” di Torquato Accetto). Si sarebbe forse potuto aggiungere a questa ricostruzione anche Il rosso e il nero, ovvero un esempio di dissimulazione dovuta non solo a ragioni di mero opportunismo, ma soprattutto alla necessità di sottrarre la propria ricchezza interiore alla mediocrità dei tempi, coltivando quel minimo di ipocrisia necessaria che tutti noi pratichiamo, nella moderna vita associata, per non essere omologati (e a pensarci bene è esattamente questo a permetterci di identificarci nell’ipocrita Julien e non in Tartufo).

Né mancano, in questo studio ricchissimo di idee e di proposte, una sensibilità antropologica, per esempio nelle pagine sul trickster (da integrare con le ricerche del Meletinskij di Archetipi letterari sulla persistenza della figura del “briccone divino” nella modernità) e un’apertura filosofica (serrato il dialogo con Truth e Truthfulness di Bernard Williams). Inevitabile chiudere una genealogia dell’impostura con El impostor di Cercas, storia di Enric Marco, finto sopravvissuto alla Shoah, la cui menzogna ci ricorda tra l’altro quanto conti, nella costruzione contemporanea dell’identità soggettiva, il creare un’immagine pubblica di sé attraverso interviste, fotografie, comparsate televisive e, per molti di noi oggi, la presenza ossessiva nei social media.

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