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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Damiano Frasca – Giovanni Giudici, La vita in prosa. Scritti biografici, letterari e politici

[ a cura di S. Guerriero, Edizioni dell’Asino, Roma 2021 ]

L’antologia La vita in prosa nasce – spiega il curatore Stefano Guerriero – per rimettere in circolo alcune prose di Giudici, contenute in libri ormai da tempo fuori catalogo. «Per rimediare in qualche modo a questa mancanza, abbiamo pensato di costruire un volume che funzioni da ritratto di Giudici, scegliendo tra le quattro raccolte non più disponibili e aggiungendo due testi ancora inediti in volume: i Racconti sportivi» (p. 6). Si tratta di prove diverse, per natura e data di composizione (la data più alta è il 1949-1955, ma si arriva fino al 1992 con Il dono totale), estrapolate dalle raccolte di saggi La letteratura verso Hiroshima del 1976, La dama non cercata del 1985, Per forza e per amore del 1996, ma anche da Frau Doktor, un libro di «tentazioni narrative del poeta», come le definiva la quarta di copertina dell’edizione mondadoriana del 1989.

Siamo dunque di fronte a prose che si collocano negli immediati dintorni della poesia giudiciana, quando non addirittura già dentro le raccolte dell’autore, come nel caso dello scritto Morti di fame del 1966 in effetti già pubblicato, tra le varie sedi, anche nel libro di versi Autobiologia (1969).E proprio Morti di fame, posto da Guerriero in apertura della Vita in prosa, è una chiave per capire l’io lirico al centro di tanta poesia di Giudici, degli anni Sessanta e Settanta, ma non solo. Ecco allora l’infanzia e l’adolescenza come fasi dell’esistenza in cui affiorano debolezze, dinamiche e conflitti destinati a accompagnare la vita dell’adulto, le figure di autorità pronte a cogliere in fallo l’io e a darsi arie da aguzzini («e il professore di matematica debitamente informato “ah ah un bello zero in condotta” a dire sadicamente», p. 21), il senso di colpa del protagonista e il suo costante stato di paura («Oh la paura di perdere il posto, la paura di tutto, la paura che conosco bene: “scusi, padre, vorrei sapere se…” o: “è un sacrilegio sfiorare l’ostia consacrata con un dente di quelli in fondo?”», p. 20), un’idea di decenza e decoro tutta rapportata all’universo di un uomo di piccolo cabotaggio. «Di tre insomma – giovialità, pulizia, eleganza – non riesco a tenere in pugno che la seconda prerogativa, la prima a metà e la terza tutta apparenza ma in sostanza nulla» (p. 28): è l’abbassamento e lo svuotamento della montaliana «decenza quotidiana» o del «civico decoro» sereniano. E in fondo anche il confronto con Thomas Buddenbrook, che apre e circolarmente chiude Morti di fame, appalesa – proprio per l’immagine dell’individuo che sottende – una distanza incolmabile più che un affratellamento tra l’io narrante e il mondo del personaggio di Mann.

La componente autobiografica, però, non informa soltanto i testi narrativi della Vita in prosa, ma si infiltra anche nelle pagine con un più marcato taglio saggistico. In morte di don Lorenzo Milani (del 1967) si chiude su un ricordo diretto, con Giudici e don Milani, il poeta e il priore, che passeggiano in un parco milanese, ragionando insieme. Socialista e cattolico, preoccupato di tenere insieme religione e politica (e consapevole dell’ineluttabilità della contraddizione), fin dalla seconda metà degli anni Cinquanta Giudici interroga gli scritti di don Milani alla ricerca di risposte: «c’era in Esperienze pastorali una profonda percezione politica, la stessa che anni dopo avremmo ritrovato in Frantz Fanon, la stessa che oggi ritroviamo nella Lettera a una professoressa» (p. 108). Passa da qui l’elaborazione del «linguaggio democratico», così caro al Giudici della prima fase. In alcuni casi insolitamente abbinati (proprio come Fanon e don Milani), talvolta solo citati en passant, sono diversi i nomi centrali per la poetica e la scrittura di Giudici che si incontrano nella Vita in prosa, da Cases a Fortini, e poi Noventa, Puškin, Frost, Mikeš.

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