allegoriaonline.it

rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Marco Belpoliti – Le Opere di Primo Levi (1997-2018) (a cura di Anna Baldini)

Anna Baldini: Prima di parlare della nuova edizione delle Opere complete di Primo Levi, vorrei fare un passo indietro al 1997, al primo decennale della morte dello scrittore, quando Einaudi pubblica per la prima volta le sue Opere.Nello stesso anno escono un numero della rivista «Riga» dedicato a Levi e, sempre per Einaudi, una raccolta di interviste e un’Antologia della critica.A parte quest’ultima, curata da Ernesto Ferrero, di tutte le altre iniziative editoriali le Opere, il numero monografico di «Riga», la raccolta di interviste sei stato tu il curatore e il promotore. E poiché quelle iniziative editoriali hanno cambiato la prospettiva critica su Levi in Italia, spostando il focus dal “testimone” allo “scrittore”, si può dire che sei stato uno degli intellettuali che hanno contribuito maggiormente a questo cambio di paradigma interpretativo. Oggi nessuno studioso italiano nega che Levi sia uno dei maggiori scrittori del Novecento, ma negli anni Novanta questa idea era tutt’altro che scontata. Come sei arrivato a esercitare quel ruolo nel 1997? E da dove ha preso avvio il tuo interesse per l’opera di Levi? Come è nata l’idea della prima edizione delle Opere?

 Marco Belpoliti: Mi sono accostato alla sua opera da una via di accesso particolare, attraverso L’altrui mestiere che avevo trovato in casa di Mario Porro negli anni Ottanta. Condividevamo l’interesse per i lavori di Michel Serres, che Porro aveva curato per la casa editrice Pratiche di Lavagetto;quando Serres veniva in Italia, discutevamo della complessità – e Levi ci sembrava, anche più di Calvino, uno scrittore della complessità. Pur essendo, come diceva lui stesso, un “dilettante” in diversi ambiti, era chiaro che possedeva pienamente “due culture” e forse anche qualcuna in più. È stato questo a stimolare il mio interesse: non il Lager, non la deportazione, non l’aspetto diciamo più politico, ma una questione epistemologica. Levi mi sembrava inoltre uno scrittore capace di servirsi di una strumentazione che all’epoca si sarebbe detta postmoderna parodia, rifacimento, citazione e allo stesso tempo (perlomeno nella parte più narrativa della sua opera) lo sentivo simile a uno scrittore tardo-ottocentesco, un erede degli Scapigliati, uno scrittore di novelle.

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