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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Patrizia Cavalli, Con passi giapponesi

[ Einaudi, Torino 2019 ]

Pochi luoghi comuni sono stucchevoli quanto quello del libro inclassificabile, specie se promosso a etichetta encomiastica; ma questo non toglie che i libri inclassificabili esistano e alcuni siano belli davvero. È il caso di Con passi giapponesi di Patrizia Cavalli. Il breve volume raccoglie pezzi scritti nell’arco di più di quarant’anni (il più antico è del 1975), pubblicati in sedi diverse o inediti: non dubito che qualche studioso zelante magnificherà i calcolati equilibri interni del libro; ma non vedo come, nonostante i ritorni di certi Leitmotive, si possano negare l’occasionalità e gli sbalzi, e come anzi questo libro viva anche di incontri non premeditati. Sono immagini e chiavi di lettura di Con passi giapponesi l’opus incertum che assembla in un avventuroso mosaico frammenti di provenienza eterogenea (ne parla appunto Opera incerta) e la varietà, titolo dell’ultima sezione, da far valere in tutti i significati. Ci sono anzitutto differenze di stili e di impostazioni piuttosto marcate: si va da pagine molto scritte (come quelle che danno il titolo al volume) a dialoghi di immediata efficacia mimetica, da una sintassi spezzata ed ellittica a una complessità del periodo fastosa e sonora, dall’aneddoto colloquiale e svagato alla riflessione concentrata; ma in ogni caso, a una prosa così compatta, piena e consistente, e così esatta anche nella sprezzatura, a uno studio così attento sia nel di più sia nel di meno di artificio, a una simile capacità di tenere insieme precisione del lessico e musica della frase non saprei trovare corrispettivi nella letteratura italiana di oggi. Certo, si avverte la lezione di Morante nell’invenzione di uno stile che sembra venire da una letteratura immaginata e che insieme sa nominare gli oggetti del presente; si sente a tratti qualcosa di certa iperletteratura tra Landolfi e Manganelli; c’è senza dubbio Proust; ma c’è, con i suoi toni, una voce riconoscibile ad apertura di pagina.

Con passi giapponesi riesce stupefacente anche se lo si misura sia sui versi di Cavalli e sulla storia della sua poesia, sia sulla tradizione della prosa dei poeti, ben viva anche negli ultimi anni. In effetti (e qui è la radice più profonda della inclassificabilità di questo libro) cosa sono questi pezzi? Poèmes en prose? Racconti? Ritratti di personaggi? Frammenti di autobiografia? Prove di autofinzione? Saggi? Abbozzi e fogli d’album? Mai nessuna di queste cose da sola, e sempre un po’ tutte insieme; in ogni caso, il rifiuto della continuità è così privo di sensi di colpa, l’esercizio di libertà così sicuro da impedire al lettore di mettere sul libro il catenaccio di una struttura e da imporgli di lasciarlo respirare nel suo carattere di raccolta. Questa imprevedibilità segna del resto anche i singoli pezzi: nessuno ha una vera fine, né nel racconto né nello svolgimento del pensiero, e tutti appaiono interrotti e quasi abbandonati piuttosto che conclusi; molti hanno uno svolgimento imprevedibile, che non si riesce a ridurre all’ordine neppure a una seconda lettura (penso al Ladro di lenzuola, che inizia su un cane sedato in un volo aereo, passa ai piccoli furti che si commettono in aereo o in albergo, racconta poi diffusamente del ladro del titolo). A parlare, del resto, è un io che oscilla tra disattenzione a sé e ricerca di intimità con sé stessa, che esibisce le proprie manie ma non deroga da pudori e reticenze, che si impunta sulle sue stranezze quotidiane o dà spazio a episodi bislacchi e che riflette in tono memorabile, solenne, sul tempo, sulla memoria, sul corpo, sui sensi, sul dolore, sull’amore (bellissimo, anche in questo, Mal di testa). Ma più ancora che per un dominio della prosa che sa tanto godersi il suo virtuosismo quanto darsi la regola di una naturalezza procurata, Con passi giapponesi merita di restare perché è l’esercizio discontinuo e quasi controvoglia di un io che si riconosce molteplice e disperso, che respinge l’ordine romanzesco e la teleologia autobiografica, ma che alla fine deve a fare i conti con sé stesso come con un nocciolo che uno si trova sotto i denti, e che rischia di spezzarglieli.

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