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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Gianni Turchetta, Vita oscura e luminosa di Dino Campana, poeta

[ Bompiani, Milano 2020 ]

A trentacinque anni dalla prima – Dino Campana. Biografia di un poeta (Marcos y Marcos 1985 e 1989, quindi Feltrinelli 2003) – Gianni Turchetta pubblica una nuova edizione della biografia di Campana. Non è solo un aggiornamento della precedente: Turchetta tiene conto della massa di ricerche che si sono sviluppate in questo lasso di tempo. Si tratta di una massa in primo luogo documentaria e biografica, ma ovviamente anche interpretativa. Sebbene produca esiti paradossali: Campana è forse lo scrittore di cui, per alcune fasi della sua vita, conosciamo i minimi dettagli; con una quantità di testimonianze che per altri difettano. E tuttavia l’eccesso di informazioni lascia la visione sfocata e la biografia rimane avvolta in una spessa rete mitologica. Come la gestazione delle opere. Alimentando la costruzione mitobiografica del «povero diavolo» reietto, che lo stesso Campana ha contribuito ad alimentare, nel momento in cui le sue testimonianze epistolari cominciano a infittirsi, dal 1914, ma soprattutto dal 1915-16, quando indubbiamente una struttura della personalità in cui il vittimismo incrocia la paranoia persecutoria comincia a mostrare i segni di un vero cedimento.

Uno degli impegni che Turchetta si è assunto – meritoriamente – è ridimensionare il mito del maledetto, dell’ontologicamente «sperso per il mondo», per il quale la poesia finisce per coincidere con la follia, restituendo la dimensione storica alla vicenda di Campana, scandita nelle sue diverse stagioni, senza appiattirla sulla follia o sull’eccezionalità, tantomeno sul conflitto permanente con l’ambiente che lo circonda. Non è una lotta contro il mito di Campana e nemmeno il tentativo di normalizzare gli aspetti irrisolti del personaggio, ma lo sforzo di collocare nella giusta prospettiva le testimonianze. Spesso discutendole come ipotesi inverificate. Nella convinzione che nella biografia come nell’opera non si assista ad un processo di falsificazione, ma i dati concreti siano sempre riesposti attraverso molteplici filtri. In una interferenza costante di vissuto, cultura e letteratura.

Il lavoro di Turchetta è dunque l’occasione per fare il punto di numerose indagini e nuovi documenti, mettendoli in forma di racconto biografico. Ne deriva una storia articolata, non certo quella di un personaggio regolare e integrato nelle istituzioni sociali come culturali. Ma nemmeno di uno scrittore nativo, al contrario coltissimo e aggiornato, se dalla Svizzera nel maggio del 1915 può proporre Freud a Soffici. A maggior ragione il profilo di Campana non è quello di un isolato, malgrado il suo patologico autolesionismo: i Canti Orfici sono subito recensiti, e sono recensioni di peso. Nemmeno il rapporto con i suoi concittadini lo vede davvero disprezzato e respinto. In questa prospettiva la ricostruzione della travagliata relazione con Sibilla diventa cruciale. Intrecciando con acume e grande capacità narrativa i documenti emersi negli anni, e che avevano trovato parziale sistemazione nel lavoro di Cacho Millet, Turchetta delinea la trama di relazioni, tra Firenze e il Nord Italia, in cui Campana è immerso; coinvolta nell’impresa di attenuare il trauma della separazione di fronte al declino di Campana. Non è che una delle vicende esemplari, che esce in questo modo dal mito e diventa storia.

Quello che forse meriterebbe maggiore attenzione è il rapporto con i fiorentini, e con Soffici, in particolare. Suona come un campanello d’allarme che una delle ultime lettere di Campana – 16 dicembre 1917 – sia indirizzata a lui: «tu sei bastato per rendermi la fede nel destino di noi tutti e del nostro paese». Sono espressioni forti, che collimano con la lunga citazione dalla rubrica Giornale di bordo che apre Il più lungo giorno, con La fantasia su un quadro di Ardengo Soffici inserita nei Canti Orfici, e ancora con la lettera-testamento del 27 ottobre 1914 in cui Soffici è «un’anima moderna». E si potrebbe continuare. Ora, proprio per i molti pieni che la biografia di Turchetta ci offre, questo resta il vuoto da colmare, malgrado l’antipatia che riesce a suscitare Soffici.

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