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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Riccardo Castellana – Antonia Pozzi, Poesie, lettere e altri scritti

[ a cura di A. Cenni, Mondadori, Milano 2021 ]

Torna da Mondadori, a più di ottant’anni dalla prima edizione di Parole (una plaquette postuma, con solo una novantina di liriche), l’opera poetica di Antonia Pozzi, questa volta in versione integrale e corredata da una ampia scelta di lettere e di pagine di diario (tra cui quelle, notevolissime, del 19351938), da una biografia (romanzata) di Alessandra Cenni e da un aggiornato repertorio bibliografico. Va detto subito che, dei circa trecento componimenti poetici qui raccolti (nessuno dei quali, come si sa, pubblicato in vita), non più di una ventina oltrepassano la soglia della poesia-confessione o si emancipano da un certo tardo-crepuscolarismo di convenzione, anche se si tratta pur sempre delle prove poetiche di un’adolescente, quasi del tutto isolata dalla società letteraria e suicida all’età di soli ventisei anni (la stessa in cui Eugenio Montale non aveva ancora scritto nulla di significativo). E però quella ventina di liriche rasentano la perfezione. Colpisce ad esempio, tra le primissime prove, il vitalismo erotico, quasi penniano, di Innocenza, del ’29 («Sotto tanto sole / nella barca ristretta / il brivido / di sentire contro le mie ginocchia / la nudità pura d’un fanciullo / e l’ebbro strazio di covare nel sangue / quello ch’egli non sa»), ma anche l’erotismo adolescenziale e mortuario di Canto della mia nudità («Oggi, m’inarco nuda, nel nitore / del bagno bianco e m’inarcherò nuda / domani sopra un letto, se qualcuno / mi prenderà. E un giorno, nuda, sola, / stesa supina sotto troppa terra, / starò, quando la morte avrà chiamato»), o il distico finale de La discesa («Nel mio ricordo stanco, disperato, / tu ti frantumi d’ombra e di silenzio»). Dopo i vent’anni, poi, la poesia di Pozzi si arricchisce di sfumature esistenzialistiche, grazie anche agli studi filosofici intrapresi a Milano con Antonio Banfi. Lo splendido Risveglio notturno è tra le cose migliori di questa seconda fase (sempre che abbia senso parlare di fasi per una storia poetica dalla cronologia così ridotta): «Riemersa da chissà che ombre, a pena ricuperi il senso / del tuo peso / del tuo calore / e la notte non ha, / per la tua fatica, / se non questo scroscio pazzo di pioggia nera / e l’urlo del vento ai vetri. / Dov’era Dio?»), insieme a Grido, Paura e Deserto. Quest’ultima, di una concentrazione dickinsoniana, ma alonata da una disperazione livida e raggelata, esprime forse il potenziale più interessante del lirismo pozziano, prossimo per certi aspetti all’espressionismo di Rebora e di Ungaretti, ma anche perfettamente riconoscibile: «A notte / ombre di cancelli sulla neve / come ombre di grate / sopra un letto disfatto / di ospedale». Infine, tra i versi degli ultimi anni spiccano quelli di Confidare e soprattutto di Sfiducia («Tristezza di queste mie mani / troppo pesanti / per non aprire piaghe, / troppo leggère / per lasciare un’impronta – // tristezza di questa mia bocca / che dice le stesse / parole tue / – altre cose intendendo – / e questo è il modo / della più disperata / lontananza»), di Pensiero («Avere due lunghe ali / d’ombra / e piegarle su questo tuo male; / essere ombra, pace / serale / intorno al tuo spento / sorriso») e della splendida Convegno («Nell’aria della stanza / non te / guardo / ma già il ricordo del tuo viso / come mi nascerà / nel vuoto / ed i tuoi occhi / come si fermarono / ora – in lontani istanti – / sul mio volto»). In conclusione, sebbene il volume andrà ad alimentare, forse, il mito romantico della giovane poetessa morta suicida, il suo vero interesse sta nel proporre il contesto all’interno del quale ha preso forma il nucleo poetico più autentico di una scrittrice che, se fosse sopravvissuta a sé stessa, sarebbe stata una protagonista della poesia del Novecento.

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