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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Jordi Valentini – Vivian Lamarque, Il signore d’oro

[ Crocetti, Milano 2020 ]

Il secondo libro di Vivian Lamarque, pubblicato da Crocetti nel 1986, torna in libreria, in una nuova veste e con un’introduzione che approfondisce la vicenda su cui l’opera si basa. Le brevi prose poetiche che costituiscono Ilsignored’orosono tutte incentrate su due figure: il signore d’oro, analista junghiano, e la signora-paziente non meglio specificata, alla quale però l’autrice è ben avvicinabile, come questa nuova introduzione dimostra. La voce narrante – che adotta in questi testi una cadenza e un lessico accostabili al racconto di una fiaba – osserva gli eventi esternamente, salvo rare eccezioni in cui è chiaro che essa e la signora (ovvero voce narrante e io-lirico) siano più vicine di quanto si voglia far intendere. Ne è un esempio uno dei testi centrali della raccolta

Il signore meno – dove emerge con delicata e manifesta amarezza la distanza tra le due parti di questo rapporto, a un tempo profondo e sottratto a tutto ciò che d’altro – nelle confessioni e nei desideri della signora – potrebbe essere: «Non sentiva la tua mancanza, non gli venivi mai in mente, non ti veniva a trovare, non ti faceva mai una telefonatina, non ti scriveva mai da nessun luogo, non ti accarezzava minimamente. […] Era il meno innamorato di tutti i signori del mondo» (p. 46). Qui la voce narrante si rivolge direttamente ad un tu, mentre in quasi tutti gli altri componimenti usa la terza persona singolare, come ad aumentare la distanza tra sé e la signora di cui racconta le speranze, le delusioni, i piccoli gesti che del signore l’hanno fatta innamorare.

Il Dottor B.M., che è esplicitamente richiamato anche in dedica, è separato in modo ineluttabile dal rapporto dottore-paziente e dalla famiglia con cui «viveva dispettoso […] in un altro luogo» (p. 15), come recita Il signore mai che apre la selezione di 80 testi che compongono la raccolta. Il rapporto con l’analista è una fitta corrispondenza in cui le circostanze che lo motivano passano in secondo piano: così in Il signore d’oro non sono centrali i motivi che hanno spinto la signora a rivolgersi al suo Dottore,

ma ciò che quest’ultimo rappresenta per lei. Come scrive Rossana Dedola nell’introduzione a Poesie 1972-2002 (Mondadori 2002), lo psicanalista si configura come «il materno buono […] con cui cercare ossessivamente un contatto, attraverso gesti minimi, regalini, pensierini ma “millissimi” come quelli di un bambino» (Dalla poesia innamorata all’elegia dell’albero, p. VII). Ciò trova riscontro nel linguaggio, nell’uso frequente di superlativi, come quando il signore è «nei sogni baciabilissimo» (Il signore intoccabile, p. 26). L’esigenza insistita di un contatto è poi caratterizzata dalle domande indirette presenti in molte di queste brevi prose poetiche, non separate dal corpo del testo ma chiaramente tese a creare un dialogo tra la voce narrante e un pubblico che candidamente e con l’impazienza dei bambini vuole sapere di più: «Chinatosi, qualcosa da terra raccoglieva. | Che cosa? | Credo una foglia, oh no era una microscopica bambina. | Bambina? | Sì, lunga come i millimetri e tutta avvolta in una colorata vestina. | E dopo averla raccolta? | Dopo la cullò, come il vento una fogliolina» (Il signore e la bambina, p. 56).

Il signore d’oro è nato da un desiderio irrealizzabile, alimentato però da parole di cura in entrambe le parti. Noi leggiamo quelle della signora-paziente, ma come ci rivela Vivian Lamarque nella nota che accompagna questa «Storia di un’analisi» (come recita il nuovo sottotitolo del libro), anche il suo Dottore ha fatto tanto e grazie a lui afferma che «splendidissima, circa splendidissima, mi regna oggi la realtà, non che la vita immaginata sia scomparsa, ci mancherebbe, ma non è più lei il re» (p. 12). Ciononostante, l’immaginazione, lo stupore infantile e l’innamoramento non sono scomparsi e hanno reso riconoscibile e originale la scrittura di Lamarque, che nella raccolta attualmente in preparazione (L’amore da vecchia) si avvia a nuove soluzioni stilistiche; inevitabilmente nuove perché, come si legge in La signora della mano, «del tutto sconosciutissimo sarà il finale» (p. 92).

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