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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 84

luglio/dicembre 2021

Manuele Gragnolati, Francesca Southerden, Possibilities of Lyric. Reading Petrarch in Dialogue

[ ICI Berlin Press, Berlin 2020 ]

Rimettere i testi al centro del discorso critico e non rifiutare a priori la teoria: queste sono le due lezioni minime, solo apparentemente contradditorie, che anche lo storicista più diffidente dovrebbe trarre dall’appassionante esplorazione delle «possibilità della lirica» intrapresa da Gragnolati e Southerden. Quella compiuta attraverso una serie di «incontri testuali» pensati nel segno della «diffraction» (Haraway) – sei fragmenta petrarcheschi (Rvf23, 70, 228, 132, 90, 302) e il Triumphus Eternitatis letti «in dialogo» con testi di Cavalcanti, Dante e Shakespeare – è di fatto un’indagine sul funzionamento della testualità lirica tout court, intesa come «a space for affect, wherein a receptive subject is unsettled» (p. 5). Una scelta programmatica e a suo modo politica, che ha a che fare con un’idea di letteratura fondata sul postulato della testualità come continuazione del desiderio (secondo Leo Bersani) e non come sua sublimazione, e si nutre di concetti teorici disparati ma a tale idea affini: il «di-vidual» di Rosi Braidotti, il «mélange» di Emanuele Coccia, la «queer temporality» di Halberstam e Dinshaw. In questo senso, i sei capitoli mostrano non solo le risorse che ha ancora in serbo il close reading, se condotto con intelligenza, rispetto per i testi e consapevolezza dei contesti, ma anche il potenziale interpretativo di accostamenti stranianti. Da alcuni vertiginosi percorsi di lettura (il più estremo dei quali legge Rvf23 e 228 attraversoCoccia attraverso Braidotti) si potrà uscire frastornati, e forse con il dubbio che non fosse necessario guardare così lontano per leggere Petrarca, ma sarebbe un’impressione fallace: proprio lo spaesamento che sperimentiamo ci aiuta a ricordare che nessuna lettura, anche quella più in sordina, può mai essere neutra, in quanto sono sempre determinate lenti a renderla possibile, che restino invisibili (spesso allo stesso interprete) o siano dichiarate, come in questo caso.

Ciò che più conta, però, è che, avanzando di capitolo in capitolo, i testi riprendono vita, con una forza che si può misurare con il crescente desiderio di tornare a Cavalcanti, Dante e Petrarca, anche se già li si sapeva inesauribili: quando si arriva alla fine, le «possibilità della lirica», di norma anestetizzate dalla continua mediazione necessaria per accedere ai testi, sono «di nuovo in vista», come il Petrarca-Mandel’štam di Celan nell’epilogo affidato a Antonella Anedda. Proprio Petrarca si rivela, in effetti, il vero cuore del libro, in un senso più profondo di quello affidato al titolo: non solo è la sua voce quella che ascoltiamo in tutte le sei letture, ma è proprio la sua poesia – instabile, bloccata, paradossale – quella che meglio risponde all’idea di «lyric textuality» che gli autori inseguono, con un gesto critico consapevolmente schierato. Concetti come «temporalità non lineare» e «piacere paradossale» colgono aspetti fondamentali della poesia di Petrarca ed è degno di nota che la convincente lettura anti-palinodica di Rvf70 proposta nel primo capitolo si compia sulle tracce di uno dei più acuti interpreti delle canzoni petrarchesche, Marco Praloran (p. 21), e insieme consuoni con le riflessioni di Michelangelo Picone sul Canzoniere come libro «non finito» (p. 35).

Le «possibilità» di cui parla il titolo, infine, ci invitano a ragionare sul ruolo della poesia premoderna in un momento di grande vivacità del dibattito teorico sulla lirica a livello globale. Nel contesto italiano, gli studiosi di poesia del Medioevo e del Rinascimento tendono a sottrarsi a queste discussioni, per ragioni in gran parte comprensibili, legate all’esigenza di difendere il ruolo primario di competenze (filologiche, linguistiche, storiche) insostituibili e necessarie per la loro disciplina. Eppure, questo arroccamento non fa bene né alla storia né alla teoria, in quanto rischia di marginalizzare quelle stesse competenze, che invece avrebbero la potenzialità di ridisegnare con energie nuove una discussione teorica ancora troppo spesso dominata da assunti post-romantici.

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