allegoriaonline.it

rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Giulio Mozzi, Le ripetizioni

[ Marsilio, Venezia 2021 ]

Ci sono molte cose nelle Ripetizioni, il libro cui Mozzi ha lavorato per più di vent’anni, ostinato come quando si ha bisogno di far parlare i propri fantasmi. Il protagonista Mario, che ha qualche tratto autobiografico, vive tre vite: quella con la fidanzata Viola, che segretamente si abbandona a rituali sadomaso di umiliazione; quella con Bianca, una donna schizoide la cui figlia, Agnese, è forse sua figlia; quella con Santiago, un ragazzo che lo sottopone a un dominio spietato, tanto da sgozzare cani mentre hanno rapporti sessuali e da chiedergli, alla fine, il sacrificio di Agnese. Inutile aggirare l’orrore di queste ultime pagine, verso cui tutto il libro precipita chiudendosi con un «Adesso, basta». Certo, nello stupro finale appare una bambina, mentre Agnese era diciottenne nei capitoli precedenti: siamo quindi in un incubo, e del resto la confusione fra reale e immaginario è la scelta orgogliosa di questo romanzo. E certo, la descrizione analitica delle mostruosità sessuali, in cui ritorna molta grammatica di Sade (anzitutto, il nesso fra perversione e omicidio), ha un tono così terreo, prevede una cancellazione così radicale del desiderio, sostituito a forza con una pulsione di morte inferta ad altri o agognata per sé, che non si può, a rigore, parlare di compiacimento (accanimento esasperato, invece) e neppure di pornografia (per quanto gli snuff movies ne siano un genere). Resta il fatto che questi schermi all’atrocità sono modi per rendere dicibile quello che lo stesso regime di finzione non basterebbe a far passare; ma non rendono l’aria meno irrespirabile. La scena finale è una fantasia patologica; vuole rendere impossibile la compiacenza e additare il Male; ma perché raccontarla con esplicitezza integrale?

C’è poi il problema di mettere in relazione la vertigine di pedofilia, zoofilia, incesto, sadomasochismo e tanatofilia con l’intero di un libro molto pensato e senz’altro eccezionale. Per molti aspetti, Le ripetizioni è il rovescio della media narrativa di oggi: per la struttura, per le ambizioni, per la rivendicazione decisa della finzione nell’esorbitare di non fiction e anzi per la denuncia dell’illiceità delle distinzioni («Che cosa importa, se un ricordo è vero o falso? Che cosa importa, se la nostra vita, la vita di chiunque, è vera o inventata?»). C’è infatti una costruzione calcolata e oscura, che fa del romanzo (il primo di Mozzi, altrimenti autore di racconti) una serie di storie che si alternano incrociandosi solo a tratti; ci sono alcuni trucchi del romanzesco classico, da una sorta di entrelacement alla suspense in fine di capitolo, dalla possibile agnizione alla quête, ma a volte senza effetti e quindi come parodiati; c’è l’effrazione della linearità temporale, fatta non solo di andirivieni, ma di un vero blocco, che fissa tanti episodi alla stessa data, il 17 giugno. L’effetto – romanzo arriva dunque anche per accostamenti tematici. Lo schema della ripetizione va inteso anzitutto come coazione a ripetere, cioè come impossibilità di fare esperienza, muovere il tempo, uscire dal trauma (Mario è segnato dalla morte di Lucia, la ragazza che ha amato da adolescente; Viola – se è lei l’autrice della lettera nelle ultime pagine – ripete la degradazione inflittale dal padre incestuoso; Bianca rischia di rendere schizofrenica la figlia, che le viene tolta); ma anche come ritorno o variazione di alcuni episodi, per frastornare il lettore e impedirgli di capire cosa sia davvero accaduto.

Il progressivo abbuiarsi del libro non cancella la varietà stilistica: riscritture di Proust in negazione dell’epifania e scene pronte per un film; sintassi dilagante e spoglia alternata a uno stile piano che si concede persino qualche gag (ricordi di Sono l’ultimo a scendere); drammaturgia da manuale di scrittura e ampie pause concesse dell’argomentazione, magari in discorsi affidati ai personaggi come nei grandi romanzi otto-novecenteschi; infine, fra rarissime cessioni all’elegia e al lirismo si fa spazio, come si è visto, il gelo atroce dell’estremo: l’enormità e talvolta l’implausibilità dei fantasmi confligge con la precisione di ambienti e circostanze materiali, in un iperrealismo allucinato che fa del racconto una fotografia sovraesposta e così nitida da riuscire adulterata. I personaggi maggiori sono abitati dal male e violentemente divisi (le scene quotidiane di Mario con i vecchi genitori, strette tra i crimini della sua perversione, suonano strazianti), ma non hanno vera profondità: sono portati tutti in superficie, pieni di segreti tra di loro ma senza nessun segreto per il narratore o il lettore, e senza inconscio perché l’inconscio è scoperchiato, si riversa nei gesti compiuti o immaginati, in discorsi senza cifrature, in sogni trasparenti. Tutto è detto con una tale insistenza e così implacabilmente da indurre al sospetto che qualcosa, da qualche parte, sia stato nascosto. Tra tanti narratori diversi, il narratore onnisciente è spesso muto; la psicopatologia inibisce il discorso morale; il crimine spazza via la possibilità di pensare la legge; il mito del male come fantasma furiosamente soggettivo incarnato nei corpi (cioè, come trauma) impedisce che se ne percepisca una dimensione collettiva.

La tendenza al saggismo (l’essayfication del romanzo degli ultimi anni, come è stata chiamata) consente a Mozzi di riflettere sulla scrittura e sulla rappresentazione. Ci sono perciò i pensieri di Mario, che è autore di alcuni libri di racconti e legge spesso; e c’è il Künstlerroman di Gas, il suo amico fotografo e pittore (ma le foto, anzitutto le polaroid esposte a una vecchia Biennale di Venezia, hanno un ruolo decisivo in tutto il libro). Il discorso si sdoppia così in metadiscorso, le dichiarazioni di poetica non si fanno attendere ma possono assumere forme implicite o addirittura depistanti (Mario non ama le storie in terza persona: e questa lo è). A sorreggere Le ripetizioni c’è una lunga, penosa indagine sull’identità, che mette a nudo personaggi fermi a un’adolescenza senza sviluppi, incapaci di essere padri e madri (di qui la centralità e insieme la voluta sfocatezza della figura di Agnese): i protagonisti vivono sotto il primato assoluto del mondo interiore, soli, incapaci di volere, abbandonati non si sa se al destino o al caso, ma sempre privi della vita del desiderio, murati nel carcere spaventoso del loro malessere, affamati di abiezione di annullamento. La redenzione, intravista in un quadro di Gas, appare impossibile.

Basta questo a rispondere alla mia domanda iniziale? Il libro ha la coerenza tematica di un gioco senza respiro con le ossessioni. Ma questo non risolve il problema della dizione e del perché fissare l’orrore in fotogrammi così sgranati. Ormai da anni alcuni narratori italiani, da Nove a Siti e Moresco, hanno imboccato la strada dell’estremo da declinare in chiave sessuale: lo praticano in forme diverse, e ancora diversa dalle precedenti è quella delle Ripetizioni. È un’accezione di quell’immoralismo di cui ha parlato «allegoria» 80, e che qui colpisce sia per il tono deliberatamente tragico che vuole assumere, sia per la violenza, inattesa in uno scrittore come Mozzi, anche ad avere in mente Il male naturale (una sorta di avantesto del romanzo).

Le ripetizioni parla a pochi. A seguire Mozzi, che ha scelto non di disattivare i racconti in finzione, ma – e fa bene – di rivendicare la verità delle finzioni, è un libro insostenibile. Esiste ormai un canone ristretto di scrittori che non possono trovare spazio in alcuni luoghi tradizionali della canonizzazione (anzitutto la scuola), e che è difficile pensare raggiungano udienze più vaste. Per loro, la letteratura sembra il campo in cui dire quello che a nessun altro discorso pubblico è consentito dire. Questa licenza è spesso il capovolgimento adialettico del perbenismo oggi in circolazione. Ma se a questa letteratura fosse consentita la rivolta anarchica perché, alla fine, a nessuno importa davvero? Non si starà ingabbiando nel proprio carnevale funereo, non si starà rinchiudendo nel recinto della propria eccezionalità, e quindi della propria irrilevanza?

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