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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Flavia Di Battista – Andreas Gipper, Lavinia Heller, Robert Lukenda (a cura di), Politiken der Translation in Italien. Wegmarken einer deutsch-italienischen Übersetzungsgeschichte vom Risorgimento bis zum Faschismus

[ hrsg. von A. Gipper, L. Heller, R. Lukenda, Steiner, Stuttgart 2022 ]

Il volume Politiken der Translation in Italien affronta le tematiche connesse alla traduzione privilegiando una prospettiva storico-sociologica, coerentemente con gli obiettivi della collana di recente fondazione in cui è inserito, intitolata «Studien zur Übersetzungsgeschichte» (Studi di storia della traduzione). I contributi sono preceduti, oltre che da un’introduzione firmata dai tre curatori, da una premessa teorica della sola Lavinia Heller circa i legami tra storiografia e studi sulla traduzione, risalente fino alle basi epistemologiche e terminologiche del concetto di traductio. I saggi raccolti sono ispirati al principio secondo cui la traduzione è da intendersi non solo come indicatore ma anche come fattore degli eventi storici, nonché della loro trasmissione. La miscellanea prende dunque in esame una serie di processi traduttivi che hanno avuto luogo in Italia tra l’età risorgimentale e la prima metà del Novecento, dando particolare risalto a fenomeni riguardanti l’interazione con le letterature di lingua tedesca. Ripartiti in quattro sezioni, gli studi di caso si concentrano sia su mediatori – singoli personaggi come Berchet (nel saggio di Robert Lukenda), Mazzini (Kathrin Engelskircher), Giovanni Gentile (Andreas Gipper), Benedetto Croce e Karl Vossler (Diego Stefanelli), Gramsci (Birgit Wagner) ma anche istituzioni come la rivista «La Ronda» (Anna Baldini) e la casa editrice Einaudi (Gisela Schlüter) – sia su autori mediati quali Friedrich Schlegel (Christian Rivoletti), Heinrich Mann (Michele Sisto), Hölderlin (Furio Brugnolo), o ancora su specifiche problematiche come la traduzione indiretta attraverso il francese (Iris Plack), le traduzioni di letteratura tedesca durante il fascismo (Natascia Barrale e Mario Rubino), le politiche del regime rispetto alle minoranze linguistiche del Tirolo e alla traduzione all’interno del mercato librario (rispettivamente Joachim Scholtyseck e Christopher Rundle). Al di là dei differenti approcci adottati, che spaziano dalla storia dell’editoria alla critica stilistica, il libro è attraversato dalla comune volontà di evidenziare e provare a spiegare alcune apparenti contraddizioni: ad esempio il fatto che i patrioti risorgimentali perseguissero i propri obiettivi politici guardando alla letteratura tedesca, scritta nella lingua di quello stesso nemico contro cui si ribellavano; la paradossale convergenza tra tentativi di tracciare i confini nazionali e di trascenderli; alcune scelte editoriali come quelle della Sansoni di Gentile o dell’Einaudi, scarsamente coerenti con la loro posizione pubblica; le dinamiche di circolazione delle traduzioni dal tedesco sotto il fascismo, con varie oscillazioni tra censura e pragmatismo, autarchia e “esterofilia”; l’adozione da parte di letterati appartenenti al polo commerciale come Mario Mariani di strategie tipiche dei gruppi avanguardistici a lui coevi; lo stimolo al confronto diretto con la lingua letteraria e filosofica tedesca derivante dall’intermediazione francese. La moltiplicazione delle prospettive dà inoltre al lettore la possibilità di osservare alcuni fenomeni da più punti di vista: un personaggio centrale come Croce torna nelle vesti di amico di Vossler, di mentore di Gentile, di obiettivo polemico dei rondisti; ma qualcosa di simile avviene con la questione della letteratura tedesca sotto il fascismo, affrontata in più interventi di taglio diverso. Dall’insieme di queste ricerche emerge soprattutto un dato: il confronto con la cultura tedesca è stato percepito per circa un secolo e mezzo come un modo per saldare l’Italia a una modernità elusiva da parte di intellettuali implicati a vario titolo in questo transfer, che si trattasse di grandi figure ancora oggi al centro dell’immaginario nazionale come Mazzini o Gramsci o di un rivoluzionario un po’ sbruffone ma a suo modo geniale quale fu l’ormai dimenticato Mariani.

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