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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Damiano Frasca – Giovanni Giudici, Trentarighe. La collaborazione con «l’Unità» tra il 1993 e il 1997

[ a cura di F. Valese, Manni, Lecce 2021 ]

Fin dal secondo dopoguerra, per ragioni economiche e non solo, Giovanni Giudici si è dedicato costantemente all’attività pubblicistica. Se la lista di riviste e quotidiani su cui sono apparsi i suoi articoli è tutt’altro che stringata, nell’elenco spiccano però le pagine della rubrica «Trentarighe», sul quotidiano «l’Unità». 

Tra il maggio del 1993 e il marzo del 1997, Giudici scrive con cadenza regolare per il supplemento culturale «Libri» e poi per «l’Unità 2». Riprende cioè una vecchia collaborazione, avviata già nella seconda metà degli anni Settanta e durata per tutti gli anni Ottanta, ma in un orizzonte ormai completamente cambiato: siamo già dopo Tangentopoli e la crisi dei vecchi partiti, nell’Italia della Seconda Repubblica, tra le pagine di un giornale che non ha più in calce il sottotitolo «organo del partito comunista italiano» e che per agguantare il rilancio delle vendite si affida, sotto la direzione di Walter Veltroni, a inconsueti supplementi (libri, videocassette, ristampe delle figurine Panini…).

Il nome della rubrica, «Trentarighe», rimanda alla soglia limite in cui Giudici costringe (o talvolta, al contrario, verso cui stiracchia) i suoi articoli, toccati spesso – come scrive lo stesso autore nel congedo del marzo del 1997 – da «uno spirito di “beneficienza” [sic], orientato a parlare di persone e cose o libri di cui nessuno (o quasi) avrebbe presumibilmente parlato» (p. 224). Accanto ai ricordi del poeta e ex dipendente dell’Olivetti («Quasi due anni fa ci hanno lasciati prima Volponi e poi Fortini», p. 286), trovano spazio le recensioni di autori per un attimo sottratti all’ombra dell’anonimato (è anche questa la «clandestinità» a cui rimandano titoli di pezzi come Il poeta clandestino o Rime clandestine). Ma trovano spazio anche alcune pronte segnalazioni di libri su cui la critica dei decenni successivi sarebbe poi tornata (penso ad esempio a Scuola di nudo di Siti, romanzo – si legge – stretto tra il «valore» e l’«insuccesso», pp. 154-155).

D’altronde, più volte nel corso delle pagine, Giudici si autorappresenta nei panni del vecchio poeta che scrive dal cuore di un’epoca travolta dalle classifiche di vendita e dalle leggi del mercato librario, in cui conta «il libro più venduto e non il più bello e il più utile», in cui è già da tempo avvenuto il «troppo radicale ribaltone dal Letterato-editore all’Editore-ragioniere» (pp. 151-152). La letteratura si indebolisce per ragioni interne, ma anche per la concorrenza di altri linguaggi.

È la letteratura verso Hiroshima, per riprendere un titolo emblematico di un saggio giudiciano; cioè l’idea di una sorta di apocalittica desertificazione dovuta all’esplosione dei mezzi di comunicazione e «dalla rivoluzione dei supporti audiovisivi e mediatici» (p. 199). «Viviamo all’insegna del rumore e dello spreco» (p. 253) afferma Giudici, e altrove: «Pur fra tanto rumore viviamo in una società muta» (p. 236), in un passaggio che richiama alla mente la diagnosi del Montale di Satura («È accaduto / che tutti ancora parlano / e il mondo / da allora è muto»).

L’eccesso, la sovrabbondanza diventa deficit, carenza. È questa anche la chiave per capire lo stato di narcosi di fronte alle immagini terribili provenienti dall’ex-Jugoslavia. «Se tu andassi in Bosnia, in un ospedale devastato e sentissi l’odore del sangue, del pus, della cancrena e vedessi con i tuoi occhi gli arti mutilati, le membra squarciate, allora ne avresti un’esperienza unica, coinvolgente al massimo grado i tuoi sentimenti. Ma il fatto che si possano ripresentare le stesse immagini di repertorio per duecento volte è un cancellare per duecento volte quel fatto. La televisione scorre, si autocancella» (p. 272).

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