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rivista semestrale

anno XXXIV - terza serie

numero 85

gennaio/giugno 2022

Ornella Tajani – Guillaume Apollinaire, L’adorabile rossa

[ a cura di P. Tamassia, Mucchi, Modena 2021 ]

Antoine Berman affermava che parlare e scrivere di traduzione equivale a essere còlti in un «inebriante vortice riflessivo», all’interno del quale il termine «traduzione» non smette di trasformarsi, metafora dopo metafora. È un’espressione che torna in mente leggendo L’adorabile rossa di Apollinaire, a cura di Paolo Tamassia (2021), apparso nella collana «DieciXuno» ideata per Mucchi da Antonio Lavieri. Così come vuole la formula di questi volumetti dedicati alla traduzione poetica, il curatore ha scelto nove versioni tradotte della JolieRousse, ad esse aggiungendone una di suo pugno, e le ha corredate di un’introduzione critica, letteraria e traduttologica.

Il primo obiettivo di Tamassia è quello di sottrarre il componimento all’«oracolarità apodittica, limitata e limitante» in cui la critica lo ha rinchiuso: se è vero che la JolieRousse, collocato in conclusione ai Calligrammes, ha anche valore di testamento poetico, come evidenziano Adéma e Décaudin nella Pléiade delle Œuvrespoétiquescomplètes, tale valore non esaurisce tuttavia i suoi molteplici sensi– e si vedrà che proprio le diverse traduzioni del termine «sens», posto al primo verso, disegnano differenti orbite interpretative.

Ripercorrendo il componimento, il curatore invita a sfumare, a leggere l’umanità della voce che traccia una sorta di «bilancio esistenziale ed estetico»: una voce che ammette di conoscere la vita quel tanto che un essere vivente può conoscerla, di aver visto e capito molte cose, sia sul piano emotivo, sia su quello intellettuale. Di certo la soggettività riveste un ruolo di primo piano: «Mevoici devant tous un homme plein de sens»: il pronome pone sulla scena il poeta, uomo fra gli uomini, in tutta la sua essenza terrestre. È da questa posizione ch’egli si esprime sulla tradizione, l’invenzione, l’ordine e l’avventura, senza nessuna pretesa di universalità di giudizio.

Il punto di partenza del viaggio traduttologico è la versione del 1943 firmata da Marco Lombardi, pseudonimo di Aldo Camerini. Pur rilevando la sua aderenza al ritmo del testo di partenza, Tamassia mette in luce la problematicità della soluzione scelta per il primo verso: «Eccomi davanti a tutti un uomo pieno di buon senso», che comporta una riduzione della polisemia del termine «sens», giacché fa «pensare soltanto a un atteggiamento di equilibrio senza rendere la pienezza di senso e di sensi acquisita con l’esperienza». Nel 1947 appare invece una traduzione di Luti e Mazzoni, le cui scelte lessicali, analizzate dal curatore, mostrano l’inquadramento critico della Jolie Rousse, sottolineandone «il valore positivo e la funzione produttiva che Apollinaire avrebbe attribuito alla guerra». Talvolta basta un verso a palesare la lettura di chi traduce: è il caso di «Ma vi è anche il passato / Da scacciare o accettare» per «Il y a aussi le temps qu’on peut chasser ou faire revenir», in cui la traduzione del termine «temps» con «passato» produce una condensazione di cui tenere conto; si noti anche l’aggiunta di una congiunzione avversativa, che non può non modificare l’asse esegetico del componimento, come in maniera simile accadrà decenni dopo nella traduzione che Bonnefoy fa dell’Infinito leopardiano. Importante inoltre osservare, in questo caso, il valore della prefazione al volume, così come di ogni paratesto che illustri o illumini indirettamente il progetto traduttivo.

Passando per le versioni di Fusero, Bertolucci, De Michelis (che nel 1960 propone la prima versione in endecasillabi), Paris, Caproni e Sereni, si scopre in che modo i traduttori hanno provato ora a «trattenere il poeta nel polo della tradizione», ora a ribadire la sua straordinaria (post)modernità, cui si allude proprio nella raccolta Mondadori tradotta da Raboni e Sereni; quest’ultima traduzione appare di particolare interesse, a partire dalla scelta di rendere il «plein de sens» iniziale con «ricco di senso».

A chiudere il volume, subito prima della versione inedita del curatore, La linda pelirroja, firmata da Octavio Paz, che offre una triangolazione linguistica sempre proficua alla critica traduttologica.

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