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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Theodor W. Adorno, Aspetti del nuovo radicalismo di destra

[ trad. it. di S. Rodeschini, Marsilio, Venezia 2020 ] 

È sin troppo facile sottolineare come Aspetti del nuovo radicalismo di destra di Adorno sia un «commento agli sviluppi della situazione attuale» (così Volker Weiss nella Postfazione). Del resto si tratta di una conferenza tenuta da Adorno nel ’67, a Vienna, a seguito dell’incredibile affermazione elettorale di un partito di ultradestra, di chiara derivazione nazista (l’NPD, che dopo il 2% delle elezioni federali del ’65, tentò l’ingresso in Parlamento, fallito di poco nel ’69). Insomma già nel ’67 Adorno allunga l’elastico che lega – e differenzia anche – passato e presente. E con lo stesso spirito, in fondo, il pamphlet è proposto da Marsilio: lo denuncia l’immediata traduzione (il libro è uscito in Germania nel ’19) e ancor più le 70.000 copie vendute in pochi mesi. 

La rifessione di Adorno sulla fsionomia dell’uomo fascista – con un approccio che si muove tra psicologia sociale e sociologia più istituzionale – risale già agli anni californiani, ed è proseguita con il rientro in Germania dopo la guerra. Certamente la conferenza viennese conferma la fedeltà a una ricerca, tanto remota quanto insostituibile, per motivi politici e umani. Ma in questo caso Adorno travalica i confni più strettamente teorici e speculativi, e struttura il suo testo prevalentemente all’insegna della prassi. In fondo, nel rivolgersi agli studenti del ’67, Adorno risponde alla domanda: cosa si deve fare per contrastare il fascismo nel momento in cui sta per nascere? La risposta invita a opporre il più lucido e faticoso razionalismo, lasciando da parte «appelli etici» o «appelli all’umanità», che finirebbero per infiammare i fascisti stessi, inducendoli al riso aggressivo, o peggio ancora a «esclamazioni come “Viva Auschwitz”». 

Adorno parte da un presupposto, che costituisce il punto su cui costruire l’attualità del suo discorso: le frange fasciste non sono fsiologiche (gli «eterni incorreggibili») – come vorrebbe una mentalità consolatoria – ma rappresentano «le piaghe, le cicatrici di una democrazia che non è ancora pienamente all’altezza del proprio concetto». E nessuna democrazia può dirsi «concretizzata in modo effettivo e completo» se non si realizza, oltre che sul piano dei diritti, su quello «economico e sociale». Ebbene nel momento in cui la democrazia è incompiuta, perché non sana sacche di povertà e divari di ricchezza, crea le condizioni per la rinascita di movimenti fascisti. Nella società del ’67 Adorno vedeva queste condizioni simili, sia pure con intensità diversa, a quelle che dopo Weimar avevano consentito l’ascesa di Hitler; Marsilio, a sua volta, sospetta che tali condizioni ci siano anche nel 2020. 

Il fascismo si contraddistingue per una totale assenza di ideologia; si rivela duttile, e facilmente adattabile alle esigenze elettorali del momento. Sicché la sua più intima essenza non è in una missione sociale – sia pure aberrante – ma nella propaganda, che deve costantemente «compensare l’indubbia differenza tra i reali interessi [la presa del potere] e gli scopi falsi e pretestuosi [i temi sociali e ideologici sbandierati]». In altre parole, prosegue Adorno, «se i mezzi sostituiscono sempre più i fni», come accade col fascismo, accade che «la propaganda costituisce la sostanza della politica». Ed è allora la propaganda quella che occorre contrastare. È qui che il libello adorniano diventa un vademecum di azione antifascista. 

La propaganda si affda ad alcuni artifci retorici che Adorno passa rapidamente in rassegna: difesa contro l’imminente catastrofe, dati apparentemente inoppugnabili e impossibili da verifcare, reticenza allusiva verso ciò che è politicamente scorretto sostenere, effetto cumulativo che crea verità, ecc. Di fronte a un simile arsenale di «stratagemmi» l’interlocutore deve rimanere lucido, e rifutare da subito il patto dialogico proposto, decostruendo i presupposti e denunciandone la fallacia. In questo modo riesce a minare il fascismo alle radici e a compiere un atto di difesa della democrazia. Lo stesso atto che dobbiamo compiere noi quotidianamente; anche con l’esortazione di Adorno. 

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