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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Walter Siti. Contro l’impegno. Riflessioni sul Bene in letteratura

[Rizzoli, Milano 2021]

Tutte le retoriche finiscono per essere stucchevoli: lo era quella della letteratura fatta di letteratura, lo è quella nel neoimpegno (come lo chiama Siti nel suo ultimo saggio), in cui da anni si è riconosciuta una delle caratteristiche proprie della letteratura di oggi. Sotto il nome di neoimpegno si possono rubricare due fenomeni diversi: una volontà di partecipazione civile, che si dà per politica ma ragiona in termini morali; e un’attribuzione alla scrittura di compiti terapeutici, trasformata, come diceva Montale, in un «massaggio» psicologico-sapienziale o estetico – dunque, un oggetto midcult.

Sono varianti, in fondo, della vecchia letteratura consolatoria, visto che entrambi i fenomeni ripagano i lettori dei mali del mondo e regalano loro una buona coscienza. Sarebbe però sbagliato sottovalutare che queste posture rispondono a richieste sociali serie e che sono modi per rilegittimare la letteratura sia di fronte alla concorrenza dei media, sia dopo i decenni dell’iper/meta-letteratura: possiamo ridicolizzare il politically correct o mostrare tutta la stereotipia opportunistica della rappresentazione dei migranti, come appunto fa Siti; non possiamo ignorare che le discriminazioni esistono e nel Mediterraneo si muore.

La letteratura consolatoria è misera per definizione, tramontata l’epoca di Seneca; ma l’impegno (se proprio vogliamo chiamarlo così) può darci libri belli, mediocri o pessimi. Siti non è meno partecipe al presente di Saviano: lo è in modi e con scopi molto diversi, che rendono lontanissimi Troppi paradisi e Gomorra, Bruciare tutto e ZeroZeroZero. Bisogna pure riconosce che la norma, nella storia della tradizione non solo occidentale, è l’utile miscere dulci: agli scrittori si è sempre chiesto di prendere la parola su quel che conta, riflettere, dire cose che servano, addirittura insegnare.

La sospensione di questo ruolo o addirittura il suo rifiuto, come la rivendicazione dell’autonomia, sono un’eccezione di durata breve, collocabile fra le poetiche dell’art pour l’art e il modernismo, fra la rivolta al produttivismo borghese e la rivendicazione di uno sguardo dubbioso sulla realtà, in una ricerca di valori che non ha garanzia di riuscita. Contro l’impegno di Siti si muove tra questi problemi, e oscilla fra una ricostruzione brillante della cultura degli ultimi anni (un primo terminus a quo sarebbe il 1986, ma di fatto si parte dal 2001) e una dichiarazione di poetica.

A dire il vero, il titolo mutila un po’ il libro, che è piuttosto un’indagine su cosa sia e su cosa possa o debba essere la letteratura oggi. Non c’è dubbio che l’atteggiamento predicatorio di molti, come lo smercio di verità facili, rassicuranti e di pronto consumo, sia una piaga: c’è spesso una scorante povertà nei tribuni dalle buone intenzioni e dalle passioni civili irrefutabili; e questo sgomenta più ancora di una sciatteria o incapacità stilistica che tocca i vari gradi dell’enfasi a buon mercato, dell’iperbole involontariamente ridicola, dell’intensità inseguita a furia di punti a capo.

Si dice spesso giustamente (e lo fa anche Siti) che lo storytelling e la romanzizzazione sono diventati modi dominanti del discorso; ma si capisce davvero cosa è accaduto solo se si tiene presente anche la tendenza opposta e concomitante alla saggificazione, all’accompagnare i racconti con riflessioni e giudizi, prendendo il lettore per mano come fosse un bambino (paternalismo travestito di democrazia) e regalandogli la fiducia di cooperare all’impresa santa di repair the world (Obama) o réparer le monde (è il titolo del libro di Alexandre Gefen con cui Siti polemizza).

Contro l’impegno ricapitola molti temi della critica letteraria degli ultimi anni, con il vantaggio di non dover obbedire ai ritualismi dell’accademia (cita pochissimo un dibattito del quale comunque risente, a partire dalla Letteratura circostante di Simonetti che sembra continuare e correggere, addizionandolo di ripulse): sarà quindi in grado di raggiungere un pubblico più vasto di quello universitario. In più, Siti è forte della sua lucidità e dell’esperienza di chi conosce dal di dentro case editrici, redazioni di giornali, televisioni. Eppure, la sua difesa della letteratura ha più di una impuntatura; e la denuncia finale del proprio «disfattismo» suona come sitismo di maniera, fissato nella maschera del vile comodo nella propria viltà.

Quando infatti deve immaginare una pars costruens, Siti se la cava «brevemente» e ci indica tre esempi: Vite che non sono la mia di Carrère (già!), Santa Maria dei Macelli di Brecht (eh!) e… la Commedia di Dante (beh!). Di fatto, per duecento pagine si diffonde quasi solo sui libri che non gli sono piaciuti, che hanno il torto di essere scritti male, di vendere troppo e soprattutto di inquinare l’aria della mente, ma che – siamo onesti – non abbiamo proprio certezza che verranno letti fra cent’anni come se fossero Dostoevskij o Svevo (se mai saranno letti). Segnano senz’altro una mutazione al ribasso: ma proprio perché rispondono alla logica antichissima dell’utile dulci, non è affatto escluso che siano il segno di altro: cioè della differenza istituzionalizzata fra una letteratura pop, di cassetta, e una letteratura alta che viene messa ai margini o nella nicchia, ma non per questo annullata e spenta. Facile prevedere che dalle commistioni possa nascere qualcosa di impreveduto, come dalla volgarità delle gazzette (orrore di poeti augustei e cesarei) è nata la gloria del novel.

Siti rivendica il valore conoscitivo della letteratura (per questo rifiuta la pura autonomia come una «favola»), insiste sulla forma come contenuto sedimentato, celebra l’ambiguità che impone di riconsiderare qualunque giudizio, la forza della formazione di compromesso (è un libro più orlandiano di quanto appaia a prima vista). Dubito che davvero e necessariamente la letteratura sia un «bastian contrario»: e se questa fosse, invece, la postura coatta in cui la pone la lotta contro la fine di un’idea di letteratura storicamente determinata, modernista e avanguardista? Che si debba scrivere anzitutto contro, e in rotta con la doxa, è un pregiudizio molto sitiano.

E dubito pure che, mentre «in letteratura i colpevoli sono anche innocenti e gli innocenti anche colpevoli» (p. 149), «la scrittura storica (e giornalistica) debba accusare i colpevoli e difendere gli innocenti» (p. 148). A parte che la storia, a differenza del giornalismo, pretende di ragionare sine ira ac studio, ma i verdetti inequivoci dovrebbero riguardare i tribunali, non la vita di ogni giorno e chi ne scrive. È un buon giornalista chi mette i cattivi-cattivi da una parte e i buoni-buoni dall’altra? Direi piuttosto che è qualcuno che non sa come vada il mondo.

Contro l’impegno è, alla fine, un libro sulla crisi della cultura di sinistra: i bersagli polemici, dal Saviano post-Gomorra alle biopoetiche, da Murgia a Carofiglio, sono tutti onesti esponenti di quel mondo, pronti a propagandare valori così giusti, idee così santamente democratiche, da far venire rabbia nel vederle così svilite. Il buonismo, insomma: che è tale anche quando prende le forme della satira o dello sdegno. Ma lo stesso Siti è di formazione marxista – e direi che il problema è anche questo, non essendoci nulla di marxista nei suoi avversari, e agendo in Siti il marxismo come un argine superegotico al nichilismo, spogliato di utopie emancipatrici e ridotto al proverbiale pessimismo della ragione materialistica: un argine, dunque, poco efficace, visto che, trovando ridicola l’idea che la filosofia debba cambiare il mondo, si rifugia nei domini dell’estetica.

Siti è diventato l’intellettuale di riferimento di una sinistra culturale insofferente di semplificazioni, critica, disillusa, così consapevole dei guasti della democrazia da non crederci più e da non vedere alternative – insomma, antipolitica; per certi versi, letteralmente reazionaria. «Difendere la letteratura non è meno importante che difendere i migranti» (p. 63), sentenzia Siti; ma al di là del paragone depistante, difendere la letteratura per chi? Se la letteratura è conoscenza, deve esserlo eminentemente di storture e mancanze? È un valore che brilla sulla distruzione di ogni altro valore? Resta stupefacente che uno scrittore così sensibile ai mutamenti del presente sia anche sordo ai suoi bisogni.

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