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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Antonella Anedda. Geografie

[Garzanti, Milano 2021]

«Per un semplice destino non trovo un luogo, uno spazio, una casa che davvero mi appartenga. Per questo viaggiare, annotare in fretta qualcosa e ordinarlo è diventato naturale. (La poesia non è una casa semmai è una gabbia toracica con le ossa curve che danno aria al respirare)» (p. 108). Viaggiare, annotare, ordinare: Geografie è il libro di prose in cui Antonella Anedda si autorappresenta intenta a riordinare gli appunti presi in giro per il mondo, dalla familiare Sardegna fino al Giappone, dalla Grecia alla Finlandia, per citare solo alcune mete. Geografie, dunque, come frutto del «perlustrare», per riprendere il titolo di uno dei paragrafi che compongono l’insieme (ma Perlustrare si intitolano anche due poesie nella recente raccolta Historiae, con cui dialogano questi frammenti di viaggio).

Siamo, ancora una volta, di fronte all’immagine della poetessa o del poeta in viaggio a cui ci ha abituato tanta poesia italiana novecentesca, da Sereni a Sanguineti e poi via via fino a Magrelli, coetaneo di Anedda. Proprio come in un certo Magrelli, l’io aneddiano può camuffarsi da distratta turista, eppure sono gli affondi nelle tragedie della storia che fanno la differenza. Non contano tanto (o solo) i richiami alla pandemia in corso («Nella primavera 2020 è finita l’era del tatto», p. 84); le pagine e i passaggi più spiazzanti sono altri, ad esempio quelli su Lesbos, che richiamano, permettendo di decriptarlo, il componimento Lesbos, 2015 di Historiae. Sono il resoconto dell’approdo a Lesbo di una turista colta (ancora un’isola, quindi, da sommare all’arcipelago letterario di questa autrice) che parte per «vedere i luoghi di Alceo e soprattutto di Saffo» (p. 127) e si ritrova a testimoniare la condizione dei profughi siriani arrivati in Europa; «ci ha impietrito l’impotenza di fronte a una realtà vista senza lo schermo del televisore, oltre il vetro, la concretezza dei bisogni, del cibo, della paura» (p. 130).

Viaggiare, annotare, ordinare nell’auspicio che il lettore si palesi di fronte a chi scrive: ecco allora l’insistenza sugli imperativi e sui congiuntivi esortativi che punteggiano Geografie. Se il primo titolo che si incontra all’interno di Geografie è «considera», l’ultima parola in chiusura è «ricominciamo» (con varie occorrenze, peraltro, in tutto il libro), mentre nell’elenco si contano, tra gli altri, «osserva», «ricorda», «immagina». Ci troviamo nei dintorni di quell’imperativo «della reazione morale, della resistenza etica» di cui Anedda ha parlato a proposito di Fortini nel volume curato da Riccardo Donati, Poesia come ossigeno. Torna in mente il verso «Scrivi, dico a me stessa» di una delle poesie più riuscite di Notti di pace occidentale (1999).

Tuttavia il vero demone, per dirla con Bloom, il genio interiore che dà forza a Geografie è forse zanzottiano, del Zanzotto del Galateo in Bosco, con l’interrogarsi sul rapporto tra storia e paesaggio e con l’immagine della natura che fagocita e, a suo modo, protegge le tracce dell’umanità. «Tempio, casa, teatri sbalzati dalla storia rincasano, sprofondano, si spezzano in rovine, ritornano nell’erba. La storia diventa geografia nell’erosione, nella faglia che scompone» (p. 143). Nello Zanzotto di Anedda, l’antagonismo al cosiddetto «progresso scorsoio» punta sull’esattezza contro la generalizzazione, nominando come in Geografie le piante o gli uccelli con una costante, ossessiva precisione. Si fanno largo Lucrezio e Leopardi, così il brano sulla ricostruzione del disastro del Vajont può chiudersi con un fotogramma che fissa l’avanzata delle piante, preludio di una conquista futura: «Eppure. Le acque si sono rimodellate, gli alvei di scorrimento, la vegetazione ha ricolonizzato i pendii e i versanti. Esistono piante pioniere. Piante pioniere (come le ginestre) capaci, secondo i forestali, di colonizzare i terreni scoperti e di favorire l’insediamento di altre specie» (p. 47).

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