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rivista semestrale

anno XXXIII - terza serie

numero 83

gennaio/giugno 2021

Autore: Anna Baldini

Alessandro Rossetto, “Piccola patria”

[Italia, 2013]

Piccola patria è per certi aspetti un film coraggioso. Racconta, con uno stile anticonvenzionale e senza ricorrere a un vernacolo addomesticato, un’area dell’Italia poco esplorata dal cinema: la provincia veneta. Ed è un film ambizioso, l’esordio nella finzione del documentarista padovano Alessandro Rossetto. Le riprese si sono svolte in Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia; i personaggi parlano diverse varietà di dialetto. Le riprese aeree che aprono e chiudono il film – accompagnate da una potente composizione corale di Bepi De Marzi – sono come la copertina di un libro in cui si vuole raccontare in modo corale il profondo Nord Est. La narrazione “debole” e la giustapposizione, senza soluzione di continuità, di immagini documentaristiche e finzionali sembrano mirare alla presentazione, più che alla rappresentazione, della realtà sociale nel suo manifestarsi.

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Annalisa Izzo, “Telos. Il finale del romanzo dell’Ottocento”

[Liguori, Napoli 2013]

Il libro prende le mosse da una domanda apparentemente banale, ma sulla quale la critica letteraria, in special modo di area anglosassone e francese (da Frank Kermode a Philippe Hamon), si è soffermata spesso, con importanti risultati interpretativi: che apporto dà il finale del romanzo all’intera narrazione e all’impianto ideologico che soggiace ad essa? La chiusura delle vicende narrate, infatti, non solo appaga la curiosità del lettore, ma, soprattutto, lo rassicura sul fatto che ogni vicissitudine, nel libro come nella vita di tutti i giorni, accada per un motivo e che dietro il disordine degli eventi si celi sempre un significato plausibile e rassicurante.

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Aleksandar Hemon, “Il libro delle mie vite”

[trad. it. di M. Balmelli, Einaudi, Torino 2013]

Sradicamento e integrazione. Noi e loro. Sono queste le dorsali tematiche che percorrono la produzione letteraria dello scrittore bosniaco di lingua inglese Aleksandar Hemon, e che ritroviamo nel suo ultimo lavoro, Il libro delle mie vite. Da Spie di Dio (Einaudi, 2000)a Il progetto Lazarus (Einaudi, 2010), ciò che accomuna questi testi è il tema dell’immigrazione, dello sradicamento e della difficoltà implicita nel vivere sospesi tra due lingue, due continenti e due identità («Il punto non è dove ti senti a casa, il punto è quale casa senti tua» scrive Hemon, pp. 92-93).

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“L’épuisement du biographique?”

[a cura di V. Broqua e G. Marche, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge 2010]

Alle soglie dell’era 3.0, passare inosservati equivale a rivendicare un’autonomia che le nuove tecnologie pongono di continuo in dubbio, subordinando a forme di protagonismo non sempre ricercate individui e gruppi, le cui esistenze sembrano dover dipendere dal grado di visibilità acquisito in rete, dunque nella sfera pubblica.

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Edoardo Winspeare, “In grazia di Dio”

[Italia 2014]

In grazia di Dio, scritto e diretto dal regista pugliese Edoardo Winspeare (autore di Pizzicata, 1996; Sangue vivo, 2000; Il miracolo, 2003; Galantuomini, 2008) racconta l’Italia, e la sua crisi, collocando la narrazione a sud, come stanno facendo alcuni dei film italiani più interessanti degli ultimi tempi (per esempio È stato il figlio, di Ciprì; Salvo, di Grassadonia e Piazza; o Il sud è niente, di Mollo).

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Paolo Zublena, “Giorgio Caproni. La lingua, la morte”

[Edizioni del Verri, Milano 2013]

Sin dai suoi esordi, la scommessa di Giorgio Caproni è stata quella di incardinare i propri testi su un numero contenuto di macrotemi, spesso immediatamente riconoscibili. E pur di restare in scena, talvolta, questi temi hanno dovuto accettare anche di essere rimodellati non poco. Nel suo ultimo libroPaolo Zublena riflette da vicino, come indica lo stesso titolo, sulla tematizzazione della morte nei versi del poeta livornese.

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Robert Musil, “Il redentore”

[a cura di W. Fanta, trad. it. di A. Vigliani, introduzione di L. Reitani, Marsilio, Venezia 2013]

Benché la critica abbia mostrato come Musil non sia da considerarsi autore unius libri, è però corretto affermare che lo scrittore austriaco dedicò tutta la sua esistenza alla redazione dell’Uomo senza qualità, i cui primi progetti risalgono addirittura al 1900. Alla morte dell’autore, nel 1941, il lascito relativo al capolavoro incompiuto, che includeva bozze e appunti per la conclusione della terza parte e la redazione della quarta, nonché stesure e abbozzi preliminari, comprendeva diecimila pagine manoscritte. Recente punto di approdo della complessa e intricata filologia musiliana è l’edizione digitale delle opere, portata a termine nel 2009 da un gruppo di lavoro dell’università di Klagenfurt coordinato da Walter Fanta. Il presente volume si basa appunto sul testo ricostruito da Regina Schaunig per l’edizione digitale e, come spiega Luigi Reitani nella puntuale introduzione, presenta un «testo narrativo rimasto incompiuto e frammentario, databile al 1921-22, che rappresenta una delle versioni preliminari dell’Uomo senza qualità».

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Piero Weiss, “L’opera italiana nel ‘700”

[Astrolabio, Roma 2013]

Nel non vastissimo panorama di testi validi dedicati al Settecento operistico italiano, il libro di Weiss si impone per numerose ragioni. Sottolineerei, intanto, l’ampiezza dello sguardo storico-ricostruttivo, che prende in esame lo sviluppo dell’opera dai dibattiti seicenteschi fino ai primordi romantici. La vastità, inoltre, dell’interessamento geografico, che non si limita allo studio dell’opera napoletana (come in Robinson), ma indaga a fondo anche quella veneziana e, da qui, le sue risonanze internazionali. Meritano un plauso, inoltre, la completezza dell’approccio e la passione espositiva, essendo, il primo, frutto di una preparazione completa e pluridisciplinare, il secondo, di un coinvolgimento militante e provocatorio.

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Philip Roth, “I fatti. Autobiografia di un romanziere”

[trad. it. di V. Mantovani, Einaudi, Torino 2013]

A venticinque anni dall’apparizione americana, Einaudi torna a pubblicare – dopo l’immediata traduzione italiana per le edizioni Leonardo del 1989 – I fatti. Autobiografia di un romanziere, la prima di quattro opere autobiografiche scritte da Philip Roth tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, che compongono un’altra tetralogia sui generis (dopo la “trilogia con epilogo” dedicata al personaggio di Zuckerman) che comprende Inganno (1990), Patrimonio. Una storia vera (1991) e Operazione Shylock: una confessione (1993).

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Massimo Scotti, “Storia degli spettri. Fantasmi, medium e case infestate fra scienza e letteratura”

[Feltrinelli, Milano 2013]

Storia degli spettri di Massimo Scotti è un vero e proprio campionario di tutte le credenze antropologiche, i racconti popolari e le opere sul fantastico. Il tema della casa infestata serpeggia nella letteratura mondiale sin dall’antichità e le storie sugli spettri sono caratteristiche di molte civiltà. Attraverso una vastissima bibliografia, Scotti ripercorre la storia delle rappresentazioni di questa dimensione parallela, indagandone ogni sfaccettatura e interpretazione. Diviso in tre parti, il saggio si apre con l’analisi di un’epistola pliniana, la ventisettesima del settimo libro, e, passando in rassegna un materiale plurimillenario, arriva all’analisi di film e serie televisive il cui tema è, appunto, lo spiritismo.

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Luca Daino, “Fortini nella città nemica. L’apprendistato intellettuale di Franco Fortini a Firenze”

[Unicopli, Milano 2013]

In più occasioni, in poesia e in prosa, Franco Fortini ricorre all’antonomasia «città nemica». Firenze è la città nemica in due liriche di Foglio di via, ma anche in una recensione del 1940 ai racconti dell’amico Piero Santi. L’aggettivo esibisce un’incompatibilità con l’ambiente in cui Fortini ha trascorso la giovinezza e che, com’è noto, ha eluso anche grazie all’influsso di Giacomo Noventa. Con il saggio Fortini nella città nemica Luca Daino guarda da vicino proprio gli anni fiorentini di Franco Lattes, la sua attività intellettuale e la sua produzione artistica tra il 1935 e il 1941. Il materiale preso in considerazione è molto vario, comprendendo poesie e racconti, scritti di critica d’arte e opere grafiche.

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Francesco Pecoraro, “La vita in tempo di pace”

[Ponte alle Grazie, Milano 2013]

Non è facile dare una lettura equilibrata di La vita in tempo di pace, senz’altro uno dei romanzi italiani più importanti, per ambizioni e per esiti, usciti dopo il volgere di millennio; la difficoltà si manifesta a libro chiuso, quando, ammirati per la sua potente architettura fitta di vita e di pensieri, ci si deve chiedere che cosa questo libro faccia al lettore, quale tipo di reazione chiami; e soprattutto se su questo versante non si rifletta un problema, etico e concettuale, con cui l’autore è stato severamente impegnato.

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Pierre Bourdieu, “Homo Academicus”

[trad. it. di A. De Feo, prefazione di M. Giannini, postfazione di L. Wacquant, Dedalo, Bari 2013]

Un «trattato delle passioni accademiche», così Bourdieu, con l’ironia fredda che si impara lentamente ad apprezzare nelle sue pagine, definisce questo importantissimo lavoro uscito nel 1984; un trattato che, attraverso una «prosopografia dei professori universitari», arrivi a tracciare le coordinate del campo accademico, istituendo una rigorosa logica classificatoria che si tiene distinta, già col metterla in chiaro, dalla logica classificatoria vigente all’interno del campo stesso. L’accademia infatti – e questo è uno dei motivi che rendono più interessante, e difficile, lo studio di Bourdieu – produce per conto suo un complicato sistema cerimoniale di accreditazione simbolica, e un elaborato apparato di valutazione che deve stabilire i confini, e gerarchizzare le zone, dello spazio universitario, lavorando alla sua perpetuazione, e selezionando i soggetti degni di entrare a farne parte.

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Frederick Wiseman, “At Berkeley”

[Usa 2013]

Trentacinquemila studenti, quattromila docenti, tremilacinquecento corsi, una fulgida storia testimoniata da ventinove premi Nobel. Come funziona la più prestigiosa università pubblica del mondo? È quello che cerca di capire Frederick Wiseman – mostro sacro del documentario, da quasi cinquant’anni impegnato nell’esplorazione delle istituzioni americane – in At Berkeley, presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia e finora uscito solo negli Stati Uniti e in Francia.

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Paolo Tortonese, “L’Homme en action. La représentation littéraire d’Aristote à Zola”

[Classiques Garnier, Paris 2013]

Che nessun tentativo di analisi o di storia delle teorie letterarie occidentali, se seriamente condotto, possa prescindere dal confrontarsi con la Poetica di Aristotele è un dato di fatto condiviso, ma a che cosa ci si riferisca quando si parla di “categorie aristoteliche” è un punto che trova gli studiosi tutt’altro che concordi, un elemento di ambiguità che viene continuamente rideterminato a seconda dei contesti, e talvolta semplicemente affidato al senso comune e alla generica concezione dell’aristotelismo veicolata dalla tradizione. Partendo da questa constatazione, L’Homme en action di Paolo Tortonese compie un gesto di grande valore critico: risalire alle origini della teoria aristotelica dell’arte, e della mimesis in particolare, per poi ripercorrere le fasi della sua trasmissione attraverso i secoli e in particolare i passaggi che hanno portato (attraverso una storia che è «en partie l’histoire d’une dégradation doctrinaire», p. 73) i suoi nuclei teorici principali a evolversi e mutare a seconda delle stagioni culturali, assumendo pian piano la forma con cui sono giunti fino a noi.

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Elio Pagliarani, “Tutto il teatro”

[a cura di G. Rizzo, Marsilio, Venezia 2013]

«Il lavoro da fare è tanto e urgente: questa introduzione vuole essere anche un invito a tutti coloro che, letti i testi qui raccolti, vogliano farsi avanti, ed essere della partita». Così Gianluca Rizzo nel saggio introduttivo («Attivare l’inerzia della carne è già protesta». Il teatro di Elio Pagliarani) al volume che raccoglie, per le sue cure, il teatro (e non solo) di Elio Pagliarani.

La «partita» a cui si riferisce Rizzo consiste nel portare allo scoperto i nodi peculiari che nell’opera di Pagliarani legano strettamente poesia e teatro, nodi la cui esistenza era già visibile ma la cui consistenza è ora possibile indagare più in profondità tanto nel merito quanto nell’ancor più interessante metodo.

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John Williams, “Stoner”

[trad. it. di S. Tummolini, Fazi, Roma 2012]

Pubblicato con scarsa eco nel 1965, Stoner di John Williams è diventato negli ultimi anni un vero caso letterario; eppure sin dalle prime asettiche righe l’autore sottolinea quanto la vicenda narrata sia scialba e trascurabile. Nato nel 1891 da una famiglia di contadini poverissimi, mandato a studiare Agraria nella vicina Università del Missouri, William Stoner verrà travolto da un evento che cambierà la sua vita: la scoperta improvvisa ed epifanica, durante un corso obbligatorio di Letteratura Inglese, del significato di un sonetto di Shakespeare. Si tratta del sonetto LXXIII, dedicato all’autunno: «In me tu vedi quel periodo dell’anno / Quando nessuna o poche foglie ancora resistono / […] Questo in me tu vedi, perciò il tuo amore si accresce / Per farti meglio amare ciò che dovrai lasciar fra breve».

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Italo Calvino, “Sono nato in America… Interviste 1951-1985”

[a cura di L. Baranelli, introduzione di M. Barenghi, Mondadori, Milano 2012]

Non sempre le interviste valgono come immediati autocommenti alle opere: talvolta anzi possono depistare la critica; in altri casi ne confondono lo sguardo schiacciando i testi sul biografismo. Ciò malgrado, le dichiarazioni d’autore restano importanti, perché riaprono il varco tra il linguaggio e l’esperienza da cui si forma la scrittura: aiutano, dunque, a comprendere i modi, le intenzioni, persino le falsificazioni dell’io all’opera. Nel caso di Calvino, poi, si tratta anche di più, cioè della tensione tra mondo scritto e mondo non scritto che non è soltanto un’occasione, ma la qualità di pensiero e di vita di un’intera attività: «sono convinto d’essere sempre lo stesso in ogni cosa che scrivo, ma di non esserci tutto».

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“The Glamour of Italian Fashion 1945-2014”

[Victoria and Albert Museum, Londra, 5 aprile-27 luglio 2014; catalogo The Glamour of Italian Fashion since 1945, a cura di S. Stanfill, V&A Publishing, London 2014]

L’allestimento e il catalogo della mostra The Glamour of Italian Fashion sono organizzati secondo due serie di criteri. Una serie è legata al tipo di materiale o al genere a cui è destinato il capo di abbigliamento o l’accessorio: si trovano esposti insieme capi e accessori in pelle o in lana, di moda femminile o maschile. La serie di criteri dominante è però quella storica e geografica. Chi visita la mostra o legge il catalogo ripercorre la storia e la geografia della moda italiana a partire dal secondo dopoguerra fino al presente.

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“Storia europea della letteratura francese”

[a cura di L. Sozzi, Einaudi, Torino 2013]

A fronte dell’aggettivo fieramente inserito nel titolo, la storia della letteratura francese curata da Sozzi ha ben poco di “europeo”, se con questo termine si intende un approccio costante finalizzato a «dar corpo all’idea della salda unità della cultura europea, della comunanza dei problemi, delle esigenze, delle aspirazioni» (ma lo stesso accadeva con l’altra Storia europea di Einaudi: quella italiana pubblicata da Asor Rosa). Né le eccezioni che saltuariamente si incontrano (particolarmente rilevanti nelle pagine sul XVII secolo, con acute riflessioni dedicate a Tasso e Marino) possono conferire ai due tomi un impianto comparatista o vicino alla World Literature (o più correttamente European Literature): ci si trova di fronte, invece, a una storia letteraria che non travalica mai – metodologicamente – i confini imposti dalla letteratura nazionale.

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Valerio Magrelli, “Geologia di un padre”

[Einaudi, Torino 2013]

 

Non si è certo dovuto aspettare Geologia di un padre, conclusione di una tetralogia inaugurata nel 2003 con Nel condominio di carne e proseguita con La vicevita (2007) e Addio al calcio (2010), per rendersi conto che paternità e varie forme di lascito, biologiche, culturali e storiche, fossero argomenti generativi nell’opera di Magrelli; ma con questo volume l’autore ha ritessuto uno dei suoi temi più antichi (e più importanti, se è giusta l’impressione che il venire da qualche parte e l’uscire da sé siano gli ideali martelli pneumatici che hanno demolito la chiusura olimpica con cui Magrelli si presentò in Ora serrata retinae, nel 1980) estendendolo a questioni cruciali con cui il nostro tempo sta cercando di confrontarsi.

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“Lo stile di Dioniso. La filosofia di Nietzsche nella letteratura tedesca del Novecento”

[a cura di P. Amato, G. Miglino, Mimesis, Milano-Udine 2013]

 

Non vi è scrittore di lingua tedesca nella prima metà del Novecento che nel formulare una dichiarazione di poetica abbia potuto ignorare il pensiero di Nietzsche, «il gigante dell’era post-goethiana», come lo definì enfaticamente Gottfried Benn. Il ruolo assunto da Nietzsche come critico della declinante civiltà occidentale, la condanna del filisteismo della Germania guglielmina, l’attività demistificatrice nei confronti delle strutture portanti del pensiero occidentale, l’elevazione dell’arte a unica attività metafisica concessa all’uomo moderno sono gli elementi spirituali che resero Nietzsche un maestro per la generazione della fin de siècle.

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Winfried G.M. Sebald, “Soggiorno in una casa di campagna”

[trad. it. di A. Vigliani, Adelphi, Milano 2012]

 

La tentazione dell’oblio. Ecco cosa accomuna i sei saggi raccolti in Soggiorno in una casa di campagna, l’ultimo libro di Sebald che Adelphi traduce per i lettori italiani (tardivamente: la versione originale usciva nel 1998). Uno di questi saggi, il più bello, era già stato pubblicato nel 2006 in forma autonoma, come si addice al suo titolo: Il passeggiatore solitario. Questa monade è Robert Walser, lo scrittore che su di sé disse: «Mi auguro dunque di non essere preso in considerazione. Se ciò malgrado mi si volesse considerare, io a mia volta non considererò chi mi prenderà in considerazione» (R. Walser, Walser su Walser, in Ritratti di scrittori, Adelphi, Milano 2005). E tuttavia Sebald se ne occupa, scrivendo un saggio in ricordo di uno dei suoi autori prediletti (gli altri sono Hebel, Rousseau, Mörike e Keller, a ognuno dei quali è dedicato un capitolo di questo Soggiorno in una casa di campagna, che sembra l’inquieta sosta di uno scrittore randagio, fermo a recuperare le vite degli altri e a ricomporle in un mosaico autobiografico).

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Marco Bernini, Marco Caracciolo, “Letteratura e scienze cognitive”

[Carocci, Roma 2013]

 

Il libro è uno dei primi tentativi di introdurre e sistematizzare in Italia la prospettiva che le scienze cognitive possono aprire alla teoria della letteratura. La cosiddetta «svolta cognitiva» risale agli anni Novanta, ma in realtà già un decennio prima alcuni critici (Eco, ad esempio) avevano esplorato un simile campo interdisciplinare. Come viene chiarito nell’introduzione, questa prospettiva si colloca in una tradizione critica che parte dalle teorie della narrazione elaborate in ambito strutturalista e approda oggi in quell’area che il critico americano David Herman definisce «narratologia postclassica».

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“Le parole tra gli uomini. Antologia di poesia gay italiana dal Novecento al presente”

[a cura di L. Baldoni, Robin, Roma 2012]

 

Le parole tra gli uomini è la prima crestomazia poetica italiana in cui il gender è scelto come vincolo alla base della selezione. Non si tratta soltanto di un lavoro militante, o di rilevanza sociale più che letteraria: è innanzitutto un’antologia d’autore. Probabilmente il modello è Poeti italiani del Novecento di Mengaldo, che più volte Baldoni richiama nel saggio introduttivo; come nell’antologia del 1978, viene adottato un ordinamento sincronico-cronologico – il punto di partenza è Umberto Saba (1883-1957), l’ultimo poeta incluso è Marco Simonelli (1979) –, ma il criterio della prima pubblicazione importante è sostituito da quello della data di nascita, poiché spesso la pubblicazione di opere a tema esplicitamente omoerotico è stata ritardata dal deferimento dell’espressione dell’omosessualità.

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Eric J. Hobsbawm, “La fine della cultura. Saggio su un secolo in crisi di identità”

[trad. it. di L. Clausi, D. Didero, A. Zucchetti, Rizzoli, Milano 2013]

 

È difficile comprendere a fondo l’ultimo libro di Eric Hobsbawm se non si considera la peculiarità del suo approccio marxista, nato, come lui stesso ha suggerito nell’autobiografia Anni interessanti (2002), da un tentativo di capire «le arti» e il loro posto nella società, e non dall’interesse «per i classici problemi macrostorici» basati sulla «successione dei modi di produzione». Questo particolare sguardo sulla società ha caratterizzato l’intera opera dello storico inglese e ha costituito uno degli assi portanti della sua ricerca. Non sorprende pertanto che anche nei ventidue saggi qui riproposti, scritti in un arco temporale di quasi cinquant’anni (il primo risale al 1964, l’ultimo al 2012), Hobsbawm guardi alla crisi del mondo contemporaneo, che definisce «un’epoca della storia che ha perso l’orientamento», attraverso i mutamenti avvenuti in campo artistico e culturale.

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James Joyce, “Ulisse”, nella traduzione di G. Celati

[trad. it. di G. Celati, Einaudi, Torino 2013]

 

Con quattro traduzioni integrali (tre in commercio e una pirata e misteriosa, rintracciabile solo in qualche biblioteca), l’Italia è uno dei paesi con più traduzioni di Ulysses (1922) di James Joyce. E questo nonostante la prima (di Giulio De Angelis, 1960) abbia impiegato circa quarant’anni a vedere la luce. O forse è anche il ritardo di questa prima e monumentale traduzione “autorizzata” a far sentire la necessità della riscrittura più di quanto accada altrove. Dopo l’edizione di Enrico Terrinoni (2012) – preziosa e attenta alla cultura irlandese – in marzo è stato pubblicato l’Ulisse di Gianni Celati. La nuova traduzione di un classico è un’occasione per sondare non solo nuove scommesse ermeneutiche, ma anche per domandarsi i motivi – oltre a quelli ovvi della fine dei diritti d’autore – che hanno portato alla pubblicazione stessa.

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Jürgen Habermas, “Fatti e norme”

[Laterza, Roma-Bari 2013]

 

Fatti e norme venne pubblicato in Germania nel ’92 e apparve in Italia nel ’96: «una vera fortuna», dichiara il traduttore per se stesso, e, aggiungiamo noi, per il lettore italiano, «poter tornare dopo sedici anni sulla primitiva versione per eseguirla daccapo» (p. XIV); fortuna ulteriore, giacché la nuova edizione italiana accoglie un’inedita prefazione di Habermas, nonché la Postfazione aggiunta dall’autore nel ’94, e ormai parte integrante del libro.

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Leos Carax, “Holy Motors”

[Francia 2012]

 

Uscito in Italia un anno dopo la presentazione a Cannes e distribuito in poche copie, Holy Motors non ha avuto lo spazio che meritava. Peccato, perché era dai tempi di Mulholland Drive (più che di Inland Empire o The Tree of Life) che al cinema non si vedeva un film così inventivo.

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Amelia Rosselli, “L’opera poetica”

[a cura di S. Giovannuzzi, con la collaborazione per gli apparati critici di F. Carbognin, C. Carpita, S. De March, G. Palli Baroni, E. Tandello, saggio introduttivo di E. Tandello, Mondadori, Milano 2012]

 

L’opera poetica di Amelia Rosselli rappresenta un unicum nella poesia italiana del ’900 e la sua singolare condizione di estraneità è importante per cercare di dare all’autrice un’inquadratura oggettiva, come fa il «Meridiano» a cura di Stefano Giovannuzzi e Emmanuela Tandello. L’unicità del “caso-Rosselli” è stata subito messa in rilievo nell’antologia Poeti italiani del Novecento di Mengaldo (1978), pubblicata quando la scrittura di Amelia aveva appena esaurito la sua vena più produttiva.

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